L'incontro
Il viaggio sembrava non finire più.
Fissavo l’acqua e mi facevo accarezzare dal suono e dal vento leggero. La nave solcava il blu. Ero felice di essere trasportata, da sola mi sarei sentita perduta ma qualcuno sapeva dove andare e ci dirigeva tutti lungo una linea immaginaria. La rotta di uno era quella di tutti. Il viaggio sembrava ripetitivo ma con lo scorrere del tempo mi accorgevo che in realtà i dettagli cambiavano continuamente. Molte persone riuscivano a non notare la differenza, aspettando inquiete l’arrivo fra gli schiamazzi dei figli, la lettura di giornali, l’aroma del caffè e le ingombranti valige. Stavo lì, affacciata sull’immensa distesa d’acqua a guardare la scia bianca che ci lasciavamo tutti dietro, ad ascoltare, ad osservare. Voltata. Con le spalle a chi faceva fotografie di se stessa sulla nave. Alle spalle di vite frenetiche e distratte. Avevo qualche giorno per me davanti e la libertà di usarlo come preferivo. Sarebbe venuto a prendermi al porto. Non lo vedevo da tempo. Eravamo amici da secoli ma riusciamo ad evitarci per poi scusarci di averlo fatto. Cercavo di immaginare come sarebbe stato l’incontro. Era una persona che si potrebbe definire in molti modi, “stravagante” gli si addiceva perché è un termine che non dice tutto né denuncia niente di irrimediabile. I capelli li ricordavo leggermente trasandati, quanto basta per dire qualcosa e negarlo subito dopo, una filosofia affascinante e qualcosa di appena percettibile in fondo agli occhi.
Il mistero è un diritto, qualcosa di nostro, di profondamente segreto che ci rende unici. Il rivelarlo rende questo essere profondamente noi quasi più superficiale e a volte si ha paura che voli via, che evapori. Per questo non chiedo quando non mi dicono, perché niente di noi deve volare via se vogliamo lasciarlo nel nostro profondo, coccolarlo e riscoprirlo per sentirci speciali.
Forse avrei dovuto confondermi fra quelle persone, compagni casuali di viaggio e farmi raccontare le loro vite. Alcuni avrebbero parlato per sempre, mentre io stavo bene nel silenzio dei miei pensieri. Perché dire quando anch’io non so bene che cosa ho vissuto? Ho difficoltà a riassumere il volo di un gabbiano in una conversazione, figuriamoci la mia vita. Non ho mai avuto il dono della sintesi, neanche nei pensieri e l’ho sempre giustificato pensando che fosse riduttivo: mi chiamo xx abito a xy + sorriso-omaggio, così tutti sono contenti perché possono classificare in un attimo, dilungarsi troppo pare tolga tempo a potenziali altre conoscenze. Ma perché dobbiamo conoscere molte persone così male invece che poche abbastanza bene da farci riempire la vita con le loro esperienze? Chissà da cosa viene questa frenesia di facce nuove. Forse per dimenticare se stessi? Per gongolarci in nomi o professioni? Non saprei e in momenti simili ho difficoltà ad invidiare i sociologi. Nell’umanità cerco la grandezza, non i comportamenti da supermercato, la superficialità con la quale rende superficiale la vita che vive per poi lamentarsene. Come si fa ad annoiarsi in un mondo dove non c’è il tempo materiale di guardarsi attorno? Sarebbe come se una persona affamata davanti ad un banchetto con ogni piatto possibile, in un posto meraviglioso, se ne andasse a mangiare un panino all’angolo. Due ali mi distraevano dai pensieri e mi volteggiavano vicine, disegnando per me volte e mirabili discese e ritorni e spirali.
In un attimo eravamo al porto, tutti sulla nave si muovevano, chi per andare in bagno, chi scappava in auto, chi si aggirava senza meta, chi chiedeva l’ultimo caffè al bar facendo spazientire il personale in sevizio. Confusione e panico per scendere, come per salire. Quanto siamo strani. Nessuno ha fretta ma tutti hanno fretta perché ce l’hanno gli altri. E’ divertente stare in mezzo alla gente che spinteggia senza saperne il perché, che perde le persone sulle scalette, che grida per farsi notare da qualcuno mentre racconta aneddoti del viaggio appena terminato o stranezze del precedente.
Ed io .. non lo vedevo. Ah si eccolo. Occhiali scuri, vestito classico. Restai a 3 metri da lui dicendo “ciao”, buttandogli sugli occhi un sorriso smagliante inforcai gli occhiali da sole per non fargli notare l’aria stupita. La casa era distante e c’erano momenti di silenzio, mi guardavo intorno, passando in mezzo ad una valle che somigliava ad un paesaggio lunare. Desolato. Mi aspettavo che atterrasse una navicella da un momento all’altro. Pare ci abbiano addirittura girato un film. Arrivammo in riva al mare, in un posto fatto di casette di villeggiatura, rompemmo le righe e andammo a cenare ordinando subito del vino in modo che le parole scivolassero più velocemente. Mi raccontava di un nuovo lavoro, una posizione che prevedeva negoziazioni di alto livello, sembrava l’attività più affascinante del mondo, forse perché lui fa sembrare tutto quello che racconta eccezionale. Mi incuriosiva, come incuriosiva tutti del resto. E’ sempre stato così: amichevole ed al contempo schivo. Un po’ selvaggio e un po’ civilizzato, quel tanto che basta per vivere qui. Ricordo una cena fra amici dove ci siamo poi trovati soli al rientro. In un parcheggio ricordo che girandomi intorno disse “nessuno sa chi sono”, la voce era colma di consapevolezza ed io non seppi dire niente che alleviasse il suo malessere. Sorrisi. Mi accorsi allora di non aver mai cercato di scoprire chi fosse perché quello che vedevo mi bastava. Non aveva né corazze né difese, era però capace di distrarre da sé e con un sorriso spazzare via ogni pensiero, ogni dolore, così tutti ci tuffavamo in quel sorriso ascoltando la voce ed assaporando i contenuti delle conversazioni. Nessuno pensava ad altro che a giocare con le parole, sorridere e discutere animatamente con una persona che in fin dei conti ci era assolutamente sconosciuta. Mi sentii in colpa per non aver mai preteso di più e per essergli stata lontana quando forse ne aveva avuto bisogno. Mi resi conto di non sapere nulla dei movimenti della sua anima né da quel giorno ebbi il coraggio di chiedere ma adesso, dopo tanto tempo, avevo bisogno di capire. Non volevo essere troppo invadente, preparai uno sguardo dolce, comprensivo e pieno di affetto, poggiai gli occhi sui suoi, socchiusi le labbra ma lui mi sorrise prima che proferissi parola. Aveva capito. Disse “sono sempre io ed il mio sogno è ancora con me”. Qualcosa mi commosse, abbassai gli occhi inumiditi per nascondere un’emozione che non avrei saputo giustificare. Aveva ragione, se si ha un sogno è giusto seguirlo non perderlo per strada, dimenticarlo in un cassetto o sulla poltroncina di un aereo, non si può essere sbadati con un sogno e lasciarlo orfano. Passeggiammo in riva al mare, ascoltando le onde, guardandolo ebbi la sensazione di perdermi, una sensazione che ho difficoltà a riportare alla memoria o fissare con le parole. Sentivo la complicità di un amico ma anche follia, presenza, dolcezza, sfida, armonia, rumore e silenzio. Non ho mai fatto niente per lui né riuscivo a dire qualcosa che potesse avere un senso. Aveva il pensiero chiaro, limpido, leggero come una piuma. Una mente brillante, mai offuscata da illusioni ed una velocità di pensiero da essere quasi intuizione costante.
Ricordo il primo incontro. Eravamo in metropolitana e lui era lì, appoggiato al finestrino, seguiva i movimenti del treno assecondandoli, così come assecondava la vita, guardando davanti, concentrato, non in basso oppure in alto, semplicemente davanti, precisamente alla sua altezza. Non si sopravvaluta né sottovaluta, pensai. Si conosce, apprezza e perdona come un vecchio saggio e diverte se stesso come un bambino. Un pensiero gli stava certamente solleticando la mente. Si accorse delle mie osservazioni e sorrise, anche allora sembrava consapevole dei miei pensieri e anche allora calmava i miei disagi. Ero felice di essere lì. Non ci dicemmo nulla. Per giorni la vita seguì uno scorrere banale con una persona che di banale non aveva proprio niente. Lo osservavo di più quando girava lo sguardo distraendosi, quando si allontanava da me, lo vedevo camminare su una linea e mi perdevo nei suoi passi, nei movimenti lenti. Mi piaceva guardare i vestiti, quello che sceglieva ed indossava, il cambiare dei gusti, dei colori, le parole accatastate quando voleva dire qualcosa e cambiando idea portava le parole in direzioni diverse, mi perdevo nella velocità dei suoi pensieri senza capirne il contenuto potendoli leggere solo nei movimenti degli occhi e nei gesti che cambiavano carattere: da costruiti a rilassati, da curiosi a nervosi. Avrei voluto dire ma se fosse stato frutto della mia immaginazione? Non volevo sbagliare. Non con lui.