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Da nessuna parte
C’era una volta,
tanto tanto fa, un cuscino morbido morbido.
Era così morbido che tutti lo volevano vicino: sotto la testa, sotto la pancia, si sdraiavano su di lui e ridendo ci sprofondavano con la faccia per sentirne meglio il profumo.
Com'era morbido!
Com'era profumato!
Ogni giorno aveva un profumo diverso: sapeva di giochi nella sabbia, di gelato sotto il sole, di risate, di scherzi con la vernice fresca, così ogni giorno tutti i bambini giocavano con lui a essere ovunque e da nessuna parte.
Quando giocavano a essere da nessuna parte chiudevano gli occhi e immaginavano lo stesso posto che non era, appunto, da nessuna parte del mondo e non aveva nulla, non c'era, non esisteva ed era uguale per tutti.
Da nessuna parte era il gioco preferito di Marco: un bambino che rideva sempre.
Tutti chiedevano a Marco perché fosse sempre felice e lui rispondeva che andava spesso da nessuna parte, che era un posto bellissimo, colorato e senza colori, caldo e freddo, buio e illuminato, con tanta gente e con nessuno.
Ben presto tutti i bambini vollero andare da nessuna parte e nessuno giocava più da solo.
I genitori all'inizio pensarono fosse solo immaginazione ma presto iniziarono a preoccuparsi perché i bambini sparivano tutti insieme e riapparivano nei posti più insoliti: uno a casa dell'amico sul tavolo di cucina, l'altro sopra un sasso in riva al mare, un altro perfino sopra un delfino ... e infatti cadde in acqua … splash! Perché il delfino quel giorno non aveva voglia di riportarlo a casa.
Arrivò a casa tutto bagnato e la mamma disse "piove da nessuna parte?"
Il bimbo annuì ma era immerso nei suoi pensieri “come aveva fatto a tornare a casa da quel posto in mezzo al mare? Doveva essere per forza passato da nessuna parte !”
Tutti i bambini si riunirono per darsi una spiegazione: chi diceva che i delfini vanno alla velocità della luce, chi che quello non era un delfino vero ma il giardino di casa travestito … insomma ben presto la domanda fece il giro del mondo e ogni bambino disse la sua.
Tutti i bambini scrissero una risposta sulla lavagna da nessuna parte, le risposte si potevano aggiungere, spostare, modificare ma non cancellare.
Alla fine c’erano così tante risposte che nessuno ricordava più la domanda.
Così le domande furono bandite da nessuna parte e tutti ricominciarono a giocare.
Il fiume
C’era una volta, tanto tanto fa, un fiume molto bello.
Era di un blu profondo, scorreva lento, rendeva la terra generosa e gli alberi alti e verdi.
Ogni domenica le persone si sdraiavano lì vicino, si tuffavano ed erano felici.
Era un fiume amato e coccolato e tutti, a turno, tagliavano l’erba intorno per renderlo ancora più bello ma un giorno non riuscì a controllare la sua forza e straripò.
Distrusse il paese, case e cose e rese i campi impossibili da coltivare.
“Accipicchia! “ dissero tutti.
Il fiume era molto triste perché amava le persone e gli piaceva essere coccolato e amato a sua volta.
“Ma sono cose che capitano” dissero.
E venne data la colpa alla pioggia che in quel periodo aveva proprio esagerato.
Così il fiume si sentì perdonato e tornò ad essere felice.
Ma presto straripò ancora e il danno fu maggiore.
“Accipicchia!” dissero ancora tutti “ Sarà colpa di quella nuova diga che hanno costruito”.
Tutti amavano molto il fiume che però si sentiva diverso, sentiva di non riuscire più a controllarsi e ormai aveva paura di far male senza volere, senza poterlo evitare.
Straripò ancora e il danno fu irreparabile.
“Accipicchia!”
Venne costruito un villaggio lontano dal fiume e un muro alto come una montagna che lo circondava tutto, con quel muro il fiume non vedeva più niente e nessuno, si sentiva solo e abbandonato e cominciò a odiare chi, invece di aiutarlo, lo aveva lasciato solo.
Divenne crudele e usò la sua forza per passare oltre il muro, distrusse tutte le dighe e ciò che gli era vicino, era il fiume più pericoloso e imprevedibile del mondo e tutti ne avevano una gran paura.
Un giorno un bambino fece un grosso buco nel muro e il fiume uscì un pezzetto, il bambino crescendo continuava il suo gioco e il fiume si trovò con mille buchi da cui uscire e rientrare.
Il bambino divenne un ragazzo e costruì un piccolo mulino su cui far scorrere l’acqua. il fiume per giocare con il suo unico amico lo seguì, il ragazzo aveva tante idee e le realizzò tutte per far giocare il fiume e questi giochi creavano energia che poteva essere usata per fare altre cose.
Presto il fiume fu utile a molte persone che con la sua forza potevano fare e fabbricare e il fiume pensò “che fortuna essere amato e utile” e il ragazzo pensò “che fortuna avere un fiume tanto forte”.
Raggio di sole
C’era una volta, tanto tanto fa, un raggio di sole.
Illuminava il cammino, riscaldava la pelle e metteva di buon umore ma anche se sembrava giocoso e felice, si sentiva solo e triste: nessuno illuminava il suo cammino, nessuno lo riscaldava o poteva cambiare il suo umore, aveva tutto senza avere niente.
Non ci pensava, non gli piaceva guardare troppo se stesso
voleva giocare con tutti ed essere continuamente distratto,
quando vedeva gli altri giocare insieme diventava triste
così rendeva la sua luce così forte da colpire violentemente gli occhi per attirare l'attenzione il tempo necessario ad iniziare un nuovo gioco.
Un giorno ombra gli si avvicinò troppo e inevitabilmente ne cancellò un pezzetto.
Raggio di sole aveva un pezzetto tutto nero e si arrabbiò moltissimo, andò verso ombra e la rese grigia con la sua luce
ma non appena si voltò trovò che era tornata come prima,
cambiava colore, spariva e riappariva sorridente.
Ombra non aveva niente, non era simpatica a nessuno, rendeva le persone malinconiche e tristi, alcuni bambini giocavano a schiacciarla, muoverla o farla sparire come un gioco di magia, non faceva sorridere, non rendeva felici, faceva solo ridere ma aveva molti bambini da osservare e i loro giochi la rendevano serena.
Non le importava di essere ammirata, non lo era mai stata
ed era diventata abbastanza vecchia e saggia da non soffrine più.
Raggio di sole veniva deriso per il suo nuovo difetto,
i bambini scherzavano con il suo pezzetto nero nero,
si vergognava e nascondeva senza più la voglia di accecare nessuno.
Era permaloso e si arrabbiava spesso ma scoprì che così poteva essere divertente e incuriosire di più, era diventato unico e sorrise di se stesso al punto da riderne a crepapelle
e rise rise rise così tanto da desiderare sempre nuovi difetti con cui giocare.
A inventare giochi
C’era una volta,
tanto tanto tempo fa un bambino che amava il mare,
aveva tanti amici e una barca che li portava a giocare
ogni giorno in un posto diverso e sempre più lontano.
Quando ebbe finiti tutti i posti possibili e immaginabili
si incamminò solitario per una strada grande grande
pensando “chissà dove arriverà questa strada?”
e cammina cammina si trovò in una città bellissima
con tante cose nuove da vedere e persone con cui giocare.
“Giocherò un po’ qui” pensò il bambino.
Passava il tempo e il bambino a tornare non pensava proprio.
E poi aveva inventato un gioco nuovo che non lo annoiava mai.
Non annoiava mai nessuno perché era un gioco magico.
Era un gioco che creava nuovi giochi, tutti bellissimi.
Il bambino non sapeva cosa stava facendo e nemmeno come, batteva su dei tasti e pensava e rideva e giocava.
Non aveva nessuna paura che finisse perché non si spiegava come potesse succedere e così ogni giorno era una sorpresa.
Ogni giorno si diceva “Oggi inventerò un gioco… coloratissimo” ma poi si distraeva e pensava “Chissà come dev’essere volare?” ed ecco che arrivava un tappeto volante con i giochi d’acqua.
Gli amici erano tanto felici perché ogni giorno potevano giocare con qualcosa di divertente e stranissimo.
Un giorno una bambina a cui voleva tanto bene si ammalò
“eccì eccì” diceva al telefono, poverina, non poteva proprio andare fuori a giocare così il bambino decise che quel giorno tutti avrebbero fatto i compiti perché non voleva giocare senza le persone a cui voleva tanto tanto bene, neppure per un giorno, neppure per un ora, “neppure per un secondo!” disse.
Certo che avevano forme strane quei giochi e quando succedeva che un grande chiedesse “ma cos’è questa musica?” ai bambini veniva tanto da ridere.
“I grandi non capiscono proprio” dicevano.
C’erano ormai tantissimi giochi e il bambino a volte si svegliava di notte per andarli a spiare, a volte i giochi giocavano da soli o con chi non aveva sonno, a volte qualcuno si rompeva ma ce n’erano così tanti !
Il tempo passava e la città divenne famosa anche per questa magia e per tutti questi giochi tanto che in molti arrivarono per giocare, partecipare, anche solo guardare.
Arrivavano anche tanti grandi, a volte anche in gruppo, non capivano mai nulla ma guardavano e scrivevano a volte si capiva chi era il capo proprio dalla penna a volte dalla cravatta, “che mondo strano quello dei grandi” pensavano i bambini !
I grandi ben presto vollero tutto: sia il posto, sia i giochi ma non sapevano inventare nulla, nemmeno una giostra, nemmeno un cappello magico, nulla !
Nonostante il bambino gli facesse vedere come inventare loro non imparavano mai, ma è meglio non dire la verità a un grande allora il bambino creava per loro giochi di nascosto in modo da non ferirli.
Così’ il posto crebbe grazie al bambino e ai suoi amici ma i grandi pensavano fosse cresciuto grazie a loro e così un giorno decisero che la musica non serviva più perché dava loro fastidio quando dovevano pensare a cose molto molto importanti.
Il bambino e i suoi amici cominciarono a divertirsi sempre meno giocavano ormai sempre con gli stessi giochi in alcuni giorni nemmeno giocavano.
I grandi non si accorgevano di niente perché nel loro mondo in effetti non era cambiato nulla, era rimasto noioso proprio come prima ma ai bambini era cambiato tutto e a volte non ricordavano nemmeno tutti i giochi che avevano fatto insieme.
Il bambino un giorno decise di tornare, cammina cammina trovò la sua barca e i primi amici che ancora giocavano con i posti. Salì con alcuni di loro e fece rotta verso un posto nuovo, appena partito aveva già tanta tanta nostalgia …
Ma perché a volte i grandi sono così maldestri ? |