Queste parole danzeranno per voi sullo sfondo delle vostre credenze e muteranno forma così come vorrete. Perché sono docili, fedeli ed ingenue, ci assecondano, si fanno afferrare e abbandonare. Seguono i ritmi di chi le legge e non se la prendono se le trascuriamo un po’.
Vi lascio con loro in questo mondo che ci allontana dalla realtà, senza facce, espressioni, senza doveri né giudizi, con la calma che ci è dovuta quando comodamente ce ne usciamo per un momento dalla nostra vita per entrare in quella di qualcun’altro.
Sipario
Vi offro così su un piatto d’argento
forgiato per voi da fate e folletti
sguardi, dipinti, fughe, difetti
vite e accadimenti con un giuramento
Con me vivrete vedrete storie
Passando nelle vite impertinenti
Come per strada guardando le genti
Scortati da fantasie reali o illusorie
Così attratti da vissuti e sguardi
Di chi con talento raggiunge traguardi
Destati da vite spumeggianti o inquiete
Grintose gioiose o senza fama mansuete
Fantasia e peccati a solleticare i vostri intelletti
Senza forme del fare mondano ma da queste eletti
Su questi fogli imprimo la vostra vita e la mia
O quella di tutti se conoscete la via
Comodi .. sipario ..
Dietro le Quinte
La nostra vita è intrisa di una bassa quotidianità e di meschinità che poco hanno a che vedere con la nostra fantasia, ma il foglio bianco e le parole che su di esso fuggono danno a tutte le cattiverie del mondo una patina di eterno che quasi le perdona e talvolta ci diverte, come una buffa caricatura o un buon fumetto.
Sembra anche più romantico, allora, scrivere di queste perdizioni dell’anima che, pur profonde, sfociano in piccoli egoismi.
Questo è un tuffo dentro le storie, dietro le quinte che ci raccontiamo.
Oltre la nostra maschera di opinioni, credenze, sogni e dolori noi nasciamo e moriamo senza mai confessarci.
Ci creiamo copioni, trame, conflitti, attitudini e freni.
Le nostre storie ci rendono più simili di quanto siamo, ma dietro il velo della nostra fantasia che chiamiamo realtà, noi siamo profondamente diversi.
Facce ed espressioni ci raccontano probabili sentimenti, il perderci ed il ritrovarci costante.
Sguardi e gesti semplici ci indicano armonie e disarmonie svelando verità immaginate o probabili, celate o solari, dolori nascosti del mondo che ci neghiamo, della nostra libertà.
Le nostre storie non sono altro dunque che contratti, evoluzioni ed involuzioni più che passato e presente.
Dietro le nostre espressioni di fabbrica cerchiamo la perfezione, dietro i nostri sconforti impieghiamo il tempo a “realizzarci”, dietro le nostre parole vuote cerchiamo comprensione e amore. Nelle nostre paure immergiamo l’egoismo e nella fortuna l’adorazione verso noi stessi.
Queste pagine raccontano facce, espressioni, momenti perché quando qualcuno guardando fuori da una finestra non si sente osservato rivela se stesso.
Metro
Siamo sempre piuttosto di fretta. Mi chiedo se qualcuno oltre a me ha la sensazione di vivere sempre lo stesso giorno.
Ho letto di un fisico che sostiene l’ipotesi affascinante che la nostra vita sia suddivisa in momenti, come fotogrammi cristallizzati in un “non tempo” a cui noi diamo una continuità assolutamente irreale.
In questo “fotogramma” sono sulla mia solita linea verde, la L3. Stessa fermata. Persone diverse.
In questa città non si incontrano mai le stesse facce. Uno dei motivi per cui mi sono trasferita qui è proprio il non volermi sentire immersa nella stessa gente eppure ho l’impressione che dentro facce diverse ci siano le stesse persone del piccolo paesino dove sono cresciuta. Un paesino nella mia bella Toscana di cui apprezzo dolcezza e semplicità, soprattutto adesso, sballottata su un trenino a guardare volti.
Osservando attentamente mi chiedo cosa potrebbe essere viaggiare all’interno di altre vite. Come una luce attraversare velocissima tutte le menti presenti, sbirciando nei luoghi più nascosti, frugando nei sogni abbandonati o vivi, nell’odio e nell’amore, nei pensieri più lievi ed in quelli più usurati.
Dal pensiero istantaneo, voluto oppure involontario, ad uno sguardo e sorriso inaspettati, dal profumo insolito a quello profondo ed impegnativo.
Che avventura sarebbe viaggiare nelle storie! Così quando sono qui, a dieci minuti dalla fermata… immagino. Guardo le persone e le attraverso come posso. Osservando si scopre che non è così impossibile, che l’avventura è qui: in un posto qualunque, con persone qualunque, in mezzo ad una routine tanto odiata quanto straordinaria.
Immaginare i pensieri delle persone è più facile che interpretare le loro storie. La punteggiatura dei loro racconti possono essere bugie o negoziazioni. Lo sguardo, il pensiero appena visibile sono invece autentici e colmi di spumeggiante vita vera, come spugne assorbono il vissuto e lo rilasciano in una ruga appena accennata o in un sorriso a metà.
Le persone tendono a raccontare la loro storia come fossero spettatori inermi. Come se le cose accadessero loro nella stradina a fianco, sul marciapiede vicino, nella porta accanto. Una vita di vicinati: vicino al loro destino, vicino a fare la scelta giusta, vicino a far di se stessi quello che desiderano. Subiscono gli eventi, confessano il loro dolore ricostruendosi e cercando di crederci. Raccontano i “fatti” attirando l’attenzione su coreografie e colori che possano discolpare. Inseriscono personaggi inverosimili, folletti della malasorte che si annidano negli angoli delle case per spaventare. Ripetono la stessa storia ogni volta aggiungendo un particolare o una pausa di riflessione e silenzio, una mistura che conferisce drammaticità come se in questo modo l’assoluzione fosse più vicina, o più meritata.
Alla fine di ogni racconto ne escono spossati. Distrutti ma felici. Non raccontano neanche più, si ascoltano nella loro assolutezza. Al termine della conversazione tornano nelle loro case e nelle loro vite sorridenti per poi spegnersi nel grigiore e nella banalità, nello sforzo di silenzi notturni. E così parlano. Parlano di tutto: di se stessi, di altri, di cose. Per sentirsi più vivi forse. E’ come darsi un pizzicotto. Si sentono più vivi nel rumore.
Io mi sento più viva nel silenzio e nell’osservazione, quindi ascolto osservo e racconto a mia volta frivolezze e diversità dell’essere umano che nella sua infinita grandezza decide se creare o distruggere, vivere o morire, essere o dire di essere, credere o non credere, correre o attendere, esserci o passarsi accanto.
Guardo fuori dal finestrino, vedo i cartelloni pubblicitari scorrere sempre più velocemente fino a diventare macchie di colore. Poi si torna all’immobilismo di chi aspetta di arrivare in un posto. Siamo quello che siamo, che vogliamo essere o quello che qualcuno ha deciso per noi? Cambiare a volte è coraggio, a volte un atto di codardia. E’ proprio vero che ognuno ha il suo viaggio, la sua fermata e niente di quello che facciamo, azione pura e semplice, ci accomuna. Quello che siamo è un flusso. Come guardare dal finestrino: a volte lento, si arresta, riparte ed è così veloce che ci sembra di non cogliere tutto lungo il percorso.
La mente si posa adesso su una frase rubata a “Polar Express” sul significato dei treni: “l’importante non è dove vanno, ma prenderli”.
Questo è il mio viaggio. Qui osservo e provo a descrivere le vite che ci passano silenziosamente accanto, con la stessa delicatezza che meritano, permettendo al cuore di immaginare il resto.
Viaggio in Altre Vite
Uno sguardo mai fermo, un cuore sempre in cerca di promesse diverse, il corpo teso a fiutare nuove emozioni.
Gli occhi presi da una figura, fissi su di lei come fosse un quadro da osservare a lungo, da capire.
Affascinato da qualcosa di incerto.
Vive come su un palcoscenico, all’interno si muovono spine e gioie come in un gioco infinito si avvolgono pensieri, sentimenti, lacrime e sorrisi della gente.
Si riflette nei volti curiosi e nelle parole crudeli per essere sempre di più, per viaggiare in altre vite, per non essere solo uno, né uno solo.
Un viaggiatore senza meta, un pirata senza ciurma.
Un’esistenza impercettibile legata ad una quotidianità fatta di necessità e schemi che a volte sfugge per tuffarsi nel suo essere profondamente sé.
Nella sua maledizione sfugge il certo per l’incerto, nella sua follia raggiunge sensazioni che non sa spiegare ma che lo fanno sentire vicino a qualcosa di immensamente grande.
Crogiolandosi, talvolta, fra pantofole e focolare domestico, pensieri e ricordi ripiegano sulle spalle incurvate e appesantite dalla stanchezza del vivere quotidiano e dalle numerose scelte.
Accasciato su di sé per resistere alle intemperie. Mani sulle tempie e gomiti appoggiati alle ginocchia, seduto su un copriletto blu a meditare la sua vita prima di tornare sulla strada ad interpretare il ruolo.
Trattenendo il Respiro
Con la convinzione che prima o poi qualcuno si sarebbe accorto di lui, viveva un’esistenza normale cercando di camuffarla con slanci di pazzia quotidiana.
Vestiva abiti di una trascuratezza ricercata. Le linee del viso decise, il naso ben pronunciato, la fronte spaziosa cozzavano con una soffocata dolcezza. Gli occhi scuri scintillavano coperti a tratti lenti dalle palpebre.
Le sopracciglia dritte e ben disegnate rafforzavano lo sguardo. Dava l’impressione di celare chissà quali misteri che negava con grasse risate. La voce profonda intaccava l’etere con forza prorompente.
Terminata la conversazione sparì dietro un vetro. Si accomodò sopra una sedia di legno chiaro, le mani fra i capelli, scuro in volto come assalito da un tormento improvviso, gli occhi socchiusi su un pensiero fisso. Nella mente annegavano idee in una tempestosa confusione.
Scegliere una strada fra miliardi di strade tutte uguali, scegliere una condizione, una storia fra le possibili. Gli occhi si spalancarono, un’espressione di sdegno, si alzò di scatto e si volse velocemente verso l’uscita.
Travolto dal rumore rallentò il passo, abbassò lo sguardo come per non vedere, per non essere distratto dal mondo. Ogni passo gli sembrava più rumoroso del precedente fino a coprire tutti i rumori di quella città impazzita.
Ogni momento lo avvicinava ed allontanava da casa. Improvvisamente tutto gli fu chiaro. Fece i bagagli e partì in fretta. Si avventurò nel mondo convinto di poter essere scoperto prima dagli altri che da sé stesso.
Il viso si distese in un’espressione quasi felice.
Il viaggio terminò in una cittadina di provincia, in una strada di periferia. Osservando la strada e gli alti palazzi che la delimitavano, i colori grigi e la vita frenetica che ne faceva parte rimase colpito.
Le sopracciglia si incresparono di nuovo nell’osservazione che maturava sempre più la somiglianza al punto di partenza.
Il punto da cui era fuggito.
Con gli occhi pieni di lacrime si accostò al muro di una delle abitazioni tutte uguali e scivolò fino a sedersi a terra come schiacciato.
La libertà che credeva nei suoi abiti e nei luoghi era una libertà che non percepiva affatto.
La sua esistenza pareva un labirinto di strade tutte uguali.
Girando su sé stesso cercava una via d’uscita, un mezzo che lo allontanasse dalla banalità e dal rumore.
Pensò ad una grande scogliera ed alle onde che si infrangono con forza e regolarità, un moto uniforme che affascina nel movimento e nel rumore.
Nel moto uniforme della sua vita e delle strade che percorreva non riusciva a cogliere alcunché. Gli occhi indispettiti. Le spalle ricurve gli pesavano adesso tutta la sofferenza del mondo, il suo sorriso si spense osservando l’orizzonte immaginato senza scorgere più né bellezza né pace.
Nessun ripensamento, volò giù dalla scogliera della vita spegnendo i riflettori su una storia come ce ne sono tante, dietro un patto di rinuncia.
La mia Vita in Centimetri
“Vivo un centimetro alla volta” disse.
“Senza grandi svolte. Nessun accadimento eclatante o repentino. Tutto accade poco alla volta, in una calma imbarazzante”.
Gli occhi scuri su un aspetto piacevole e dolce. I capelli piano a disturbare di tanto in tanto la fronte. Sempre sorridente. Senza pretese. Si muoveva nella vita con determinazione e saggezza. Si intrufolava lentamente nel quotidiano cogliendo ogni dono con la saggezza di un vecchio e l’entusiasmo di un bambino.
Dietro una vita normalissima si nasconde spesso una storia che andrebbe raccontata.
Alcune persone nascondono gelosamente i loro preziosi tesori, le menti spaziose, le ariosità di una spiritualità crescente.
Perché?
Perché le cose preziose vanno protette e cullate, rivelate solo in alcuni momenti perché vengano alla luce splendidamente, senza rumori di fondo, così da farsi apprezzare e odorare intensamente, per farsi osservare, non soltanto vedere.
Affascinato dai luoghi, vuoti, desolati, solitari si aggirava furtivamente in un bosco non lontano dalla sua generosa quotidianità.
Come un fantasma andava a cercarsi in questo luogo portandosi ogni volta un sogno o un pensiero diverso, quello e solo quello, la compagnia di un pensiero, un solo pensiero rende l’uomo capace di scorgere con altri occhi lo stesso posto.
Stesso percorso, una stradina in mezzo al bosco, il rumore dell’aria fresca sulle foglie, una salita abbastanza lunga da permettere distrazioni.
Là dove si apriva uno spiazzo la luce filtrava dagli alberi che, gentili, l’accompagnavano fino ad un giardino naturale. Quel posto era il suo angolo di paradiso. Uno di quei posti che porti dentro per tutta la vita e a cui puoi sempre pensare nei momenti che ti passano accanto.
Qui guardava il suo pensiero come dentro un ampolla di vetro. Lo girava e rigirava in ogni angolazione per poi riporlo ed ascoltare il silenzio.
Ci sono tanti tipi di silenzio. Il silenzio della solitudine che stringe il cuore e apre le porte alla sensazione di abbandono. Il silenzio della tranquillità, con un sottofondo musicale, quello che esclude soltanto le voci ed i rumori e lascia il suono scelto a farci compagnia. Il silenzio di un incontro, quel momento che dispiace un po’ fermare rompendolo con le parole. Il silenzio dei pensieri. Il silenzio della vista quando si possono gustare i colori senza parole. Il silenzio del mare al tramonto, dove la natura ti rilassa la mente e invade le orecchie con il solo scivolare delle onde. C’è un silenzio notturno dove si percepisce la grandezza di ciò che non conosciamo, una percezione troppo grande per essere descritta, troppo breve per fermarla. Il silenzio delle preoccupazioni e quello della felicità, delle delusioni e delle emozioni.
Il silenzio non si ferma perché facciamo rumore, non possiamo scacciarlo fino in fondo, possiamo solo ignorarlo.
Ritratto
Gli occhi azzurri di lei ricercavano senza pace qualcosa su cui soffermarsi che valesse la pena osservare.
Le mani danzavano disegnando paesaggi e persone, il sorriso frenato ma intenso lasciava appena trapelare l’irrequietezza. Il viso etereo le rendeva di una bellezza perfetta, i capelli scivolavano sulle spalle in una compostezza obbligata.
Talvolta serrava le labbra confessando l’esistenza di piccoli segreti. Il collo si allungava fragilmente, la pelle bianchissima, la voce indecisa ma carica di speranza sussurrava appena un’esistenza inadeguata. I gesti erano armoniosi ma senza slanci, sulla riva delle parole si aprivano spazi immensi.
La bocca le si incurvava spesso in simpatiche smorfie. Si sfiorava i capelli come per accertarsi della loro consistenza. Uno sguardo al di là del vetro, un velo di incredulità sul volto. La mano si spostava ora a sorreggere la testa per ignorare il particolare. Un sorriso subito soffocato dall’altra mano, la penna improvvisamente sul tavolo. Gli occhi rimasero stesi sul riso provocato e si inumidirono per lo sforzo.
D’un tratto affiorò la tristezza per il rimorso della spontaneità. Fissò un punto indefinito per un momento interminabile persa in chissà quale pensiero per tornare a recitare la sua storia un momento dopo. Ritornò dritta sulle spalle acquistando chiarezza e decisione. Le sopracciglia dritte e concentrate, la bocca semiaperta, le mani stese sul tavolo.
Dipinto
Guardo fuori dalla finestra, attraverso i vetri sporchi di sempre. C’è un vento forte, l’albero di fronte si piega su se stesso per poi tornare alla posizione originaria e poi giù ancora. Lo osservo. Anch’io mi sento così: in un'incessante altalena tra movimento e stasi. Esco da qui: dal grigiore di scrivanie sempre uguali, lontana da persone con fermacravatta posizionati e frasi monocromatiche, lontano dal vibrare di corde vocali sull’onda di una mancata convinzione. Scappo con l’espressione impegnata ma il cuore libero per sganciarmi dalle regole e trovare un posto dove coccolarmi. Le stradine strette e lastricate del centro, percorrendole, mi raccontano storie attuali ed antichissime. Passeggio senza meta, guardando in alto scorci di cielo azzurro. Osservo l’ingresso del museo che ha ospitato tanti Grandi e a cui adesso chiedo umilmente di ospitare me, per aggirarmi nelle sue stanze silenziose, nella penombra delle incertezze che dà. In questo luogo magico, lontano dalla quotidianità, attraverso noncurante l’arte nella sintesi dell’essere, senza un percorso prestabilito e sprofondo dentro di me: nelle mie debolezze, nelle convinzioni. Sento forte la leggerezza dei pensieri come l’inconsistenza delle cose che faccio, in cui credo. Non mi riconosco e resto sospesa, in attesa che accada qualcosa che cancelli questa sensazione e mi faccia evadere. Niente mi colpisce abbastanza, nulla muove veramente nessuna parte di me. Mi allontano. Questo luogo mi ha attratto con chissà quale maleficio come dovesse rivelarmi un mistero lasciandomi adesso l’amaro in bocca, come una promessa non mantenuta, come un cibo gustoso alla vista che non mi ha sfamato come mi aspettavo. Chiudo gli occhi per evitare la percezione di qualunque luce, lasciando libera la sensazione di sentirmi osservata e ascolto. Volto la testa senza pensare, apro gli occhi senza timore, con una certezza che non pensavo di avere. Mi osserva come faccio io. Curvo su se stesso, mani sulle tempie occhi puntati su di me, avvolto nella penombra come me, dentro pensieri che entrambi non vogliamo. Una sensazione veloce mi plana dentro accompagnata da un brivido freddo, la sento scorrere nelle vene, implacabile e lenta mi avvolge. Conosco il mio destino, l’ho sempre saputo ed ora eccolo affiorare negli occhi languidi di un dipinto. I dipinti sono così, fatti apposta per farci capire cose che sappiamo e non sappiamo di sapere. Opere eterne che ci raccontano chi siamo, nella penombra e nel silenzio più innocenti, in un giorno qualunque, in una città come tante.