Racconti

Il Laboratorio del Tempo

Ad Augusto, esempio alchemico di cuore e saggezza.

Qui non si è né vecchi né giovani, non esistono scadenze, interferenze o decisioni prese in fretta.
Qui si aggiusta il tempo, lo si dilata o restringe secondo le necessità. Si regalano minuti, allargano ore troppo strette, prese in fretta ai grandi magazzini. Si accorciano giorni troppo lunghi, contano date importanti ed etichettano attimi eterni.
Questo è il laboratorio del tempo. Vi farò dare una sbirciatina per narrarvi come vivo gli ingranaggi di una passione.
Tic, tac, tic … tac.
Daytona, pulsanti a vite, automatico, quadrante bianco, meccanismo apparentemente guasto … dovrò aprirti!
Appassionarsi agli orologi così tanto da dedicargli quasi tutto il tempo libero può sembrare isolarsi dal mondo ed in effetti un po’ si finisce per isolarsi.
Ma cos’è la passione? E’ una forza che sconfigge la stanchezza e dilata il tempo. Un po’ come essere innamorati. E perché un sentimento verso un oggetto dovrebbe essere meno nobile?! Rende nobili l’essere capaci di provare trasporto per un piccolo oggetto che nelle sue attuali fattezze, non in quelle originali di costruzione, ci racconta vite di persone, famiglie, ricordi. Provare rispetto per la storia, la conoscenza che racchiude dietro il vetro.
Gli orologi si regalano, si indossano, parlano per noi, ci svegliano, scandiscono il tempo, ci ricordano scadenze, anniversari. Conoscono nascondigli, vivono per lunghi periodi in cassetti, dimenticati. Ritornano attuali e piacevoli, possono avere un valore economico o affettivo, possono rivelare un carattere sportivo oppure un gusto classico. Sono un inno al tempo e per questo mi appassionano perché, quando ‘rubano’ il mio, riescono a restituirmelo intatto con ricordi passati o incontri inaspettati.
Vivono nel mio laboratorio, in un silenzio tipico … da laboratorio appunto. Per curarli serve concentrazione, accuratezza e nessuna fretta. Lì non ci sono i rumori del traffico cittadino, né urla, niente di ciò che non serve ad un uomo quando si concentra su se stesso. Quello è il mio angolo.
Ognuno di noi dovrebbe avere un angolo solo suo. Non un angolo da pubblicizzare ma di cui andare fieri, da tenere un pochino riservato, per dargli l’importanza che merita con lo stesso rispetto che destiniamo a idee e sogni.

Il mio laboratorio è costruito attorno alla sua funzione e, ovviamente, alle funzioni degli oggetti che contiene. Ogni cosa ha un suo posto ed è raggiungibile secondo un criterio ben preciso. Anche l’ordine è su misura per le cose che contiene, non su misura per come intendiamo comunemente l’ordine. Non è un ordine di ‘facciata’ bensì un ordine che richiama la calma e la precisione. Del resto la coreografia è importante quanto lo spettacolo.
E così, come un bravo attore, indosso qui l’abito bianco da orologiaio e sento i rintocchi nel sangue, assumendone magicamente il ritmo.
La calma e la precisione con la quale si eseguono ed eseguono di nuovo alcune operazioni fino a raggiungere la perfezione è qualcosa che mi fa apprezzare la vita nei suoi momenti, nei dettagli, quanto nella visione d’insieme, in egual misura. Quanta fatica per arrivare ad apprezzare questa pace. Mattine passate nei laboratori in prestito ad aguzzare la vista per eseguire  le operazioni secondo la sequenza e la precisione che mi veniva insegnata ed io a frenare l’impazienza per fare tesoro di ogni parola. Oliare un ingranaggio richiede tempo e fermezza. Si cerca di non sbagliare, altrimenti si ripete l’operazione finché le gocce non si guardano tutte dalla stessa distanza.
Anche la vita si impara con il contagocce. Un giorno capisci una piccola cosa, un altro ancora una e così via. Sorrido quando vedo la testardaggine di chi non sa cosa ricorderà o meno di quello che sta vivendo. Le cose importanti sono piccole gocce da posizionare correttamente perché tutto alla fine funzioni. La precisione ed il ritmo adesso sono il motivo di questa passione perché il traguardo non è arrivare al risultato ma tutto il percorso. Dall’ingresso nel laboratorio al ticchettio finale. Il percorso ha il mio ritmo e loro tornano alla luce nella passione, con il tempo che ci vuole.
Del resto, come si può mettere fretta al tempo!
All’inizio ero impaziente di imparare, di sapere. Volevo farmi una mia opinione, sapere tutto e scegliere una strada fra le tante. C’è un momento in cui si passa dalla certezza che arriveremo a saperne molto, allo spalancarsi su un mondo di informazioni tecniche che richiede un necessario restringersi del campo. In quel momento la passione ci guida verso qualcosa ed eccomi qua, ormeggiato sull’isola degli orologi da polso, senza dimenticare il primo amore. Le passioni da una diventano molte, si moltiplicano, incontrano e separano, alla fine diventano una cosa sola con sfumature impercettibili. Un po’ come noi.
La curiosità è uno dei motori della passione. E’ allegra, briosa e mi strappa da ogni tecnicismo. Ha la velocità dell’intuizione. Arriva fulminea e riesce a trascinarmi per mercatini, mi immerge fra le bancarelle a cercare qualcosa senza dirmi che cosa. Qualcosa che sia molto difficile da riportare alla vita o parti da riutilizzare. Un pezzo unico e stranamente ignorato. Un pezzo raro. Ed è lei che stuzzica la memoria perché riesca a ricordare tutti i pezzi, uno per uno, insieme a tutta la loro storia, prima e dopo l’ingresso nel laboratorio. Curvo sul banco di lavoro con la luce e la lente che mi accompagnano inizio ad aprire questo automatico.
Gli orologi sono dei chiacchieroni, ti raccontano di tutto, da come vengono scelti, portati, mostrati curati, riposti, alle abitudini e i gusti dei loro padroni. Si capiscono un sacco di cose delle persone osservando attentamente gli orologi che portano. La parte esterna, i cinturini, eventuali abrasioni, ci parlano. Una persona rischia di trattare se stessa come tratta il suo orologio. Chi con disattenzione, precisione oppure superficialità, chi con amore. C’è chi maltratta gli orologi perché non li capisce. Chi è frettoloso abbastanza da essere poco attento alle cose importanti con una grande voglia di apparire o paura di essere ignorato. C’è chi passa la vita ad osservare troppo se stesso per lasciare qualcosa agli altri. Alcuni orologi vengono acquistati insieme da lui e lei, spesso per una ricorrenza importante. Certe persone passano la vita insieme, scandendo gli anni con le stesse lancette. Nello scintillio delle cromature, fra il fascino delle linee, nella perfezione dei meccanismi, questa passione unisce passato e presente, lega l’oggi alla storia.
Aprire un orologio che racchiude in sé esperienza, tecnologia, innovazione, bellezza, sportività è come aprire i cancelli di storia, idee e limiti contemporaneamente.
Quando mi guardo indietro vedo una strada che sparisce all’orizzonte. Amo la vita, l’ho vissuta in tutti i suoi momenti, l’ho strapazzata, mai fermo e non tornerei indietro. I miei ricordi sono preziosi, li conservo intatti tutti quelli che posso e li regalo lasciandoli scivolare dalle labbra, intrappolandoli in qualche discorso perché passino da me a qualcun altro, perché raccontino storie nella e dalla mente di altre persone, perché non vadano perduti. Li lascio andare, così, senza conservarne la paternità, lascio che si perdano e raccontino, insegnino, generino dubbi, cambi di direzione o anche solo la voglia di provare. I ricordi si trasformano, si adattano alla nuova persona, al suo stile.  Come me quando riparo un orologio, prima di richiuderlo, lascio dentro, come per sbadataggine, la mia passione, il tempo passato qui con il camice bianco, l’orgoglio, la curiosità, i momenti di stanchezza, di ostinazione, di ricerca. Ci si osserva lavorare e si affrontano la proprie capacità, i propri limiti. Si sfidano pazienza, entusiasmo, lo stare al gioco, il mettersi in discussione, il cercare senza trovare. Si fa rivivere qualcosa che altrimenti sarebbe stato dimenticato, sotto la polvere, come una cianfrusaglia qualunque.
I miei orologi scandiscono il mio tempo, lo dilatano, stirano, abbracciano o insabbiano a loro piacimento. Rivelano vite e comportamenti. Mi raccontano storie. Il tempo intanto scorre con loro, veloce o lento e mi permette di pensare in questo posto dove passato e presente sono la stessa cosa. Qui sul banco di lavoro, dal mio sgabello, posso fermare i ricordi in fotogrammi e riviverli o dimenticarli. Rimpastare il passato e giocarci sorridendo.
Sto lì concentrato, piegato su un quadrante e lo osservo nello scintillio che proietta così come osservavo l’acqua, con la stessa attenzione di quando sentivo il rumore forte e gli schizzi che annunciavano la discesa, lo stacco, dove si formava una cascata. I rintocchi mi ricordano la paura che provavo ed il cuore in gola, e sorrido perché i ricordi sono come un vecchio amico, accompagnano tutta la vita, stanno dietro l’angolo, consolano e fanno compagnia. Bisogna curarla la nostra vita perché non ci siano ricordi angosciosi, perché si trasformino con noi in qualcosa che può avere i rintocchi di un vecchio orologio a pendolo. Là dove l’acqua si intrappolava nella rottura del muretto acquistava più forza e quel salto artificiale scendeva uniforme mentre in basso impazziva in un vortice capace di trascinare, strappare via. Tutta la nostra grandezza, l’intelligenza, lo spirito non servono a niente. La natura ci fa credere, come una madre tenera, di essere invincibili ma arriva un momento in cui un uomo sa chi è e a che cosa appartiene. Preso da un vortice una parte di me mi ha spinto a dare il massimo e il mio massimo è stato uscire da un vortice quasi impossibile. Ho colto l’attimo che mi ha riportato a riva. Non mi sento più forte di prima, percepisco la consapevolezza di una sintonia con la natura che mi ha spinto a trovare il momento esatto. Ancora una volta il tempo.
Questi insegnamenti non lasciano paura o dolore ma un segno indelebile. Si percepisce in una ruga d’espressione un po’ più accentuata o nella profondità dello sguardo, lì si annida la consapevolezza che si acquista e ci invade.
I miei orologi scandiscono il mio tempo, il mio non quello degli altri, ognuno vive il tempo in modo diverso, lo usa e sfrutta in modo diverso ed io sono geloso dei miei orologi perché lo sono del mio vissuto. Una passione è così non si spiega. E’ il motivo per il quale travolto da un’onda ti salvi per miracolo e sei subito pronto a riprovare il salto.  E’ il motivo per cui ad un certo punto la paura non fa più parte di te, il rispetto profondo ed una consapevolezza prendono il suo posto.  
La vita ci può non far raggiungere un successo visibile ma non frena l’essere profondamente noi perché qualsiasi cosa accada vita e natura non turbano mai gli equilibri dell’essere.

24 Ottobre 1998

 

Quando si è tristi tutto sembra più grigio, a volte anche più freddo, come se la natura sottolineasse con il suo malessere il nostro. Probabilmente la capacità di percepire scarta il tutto per ricavarne quel poco di tristezza che ci consumi definitivamente. 
Mi piace attraversare la città a quest’ora: un attimo prima che faccia buio, proprio quando le persone si coccolano vicendevolmente a tavola, chiudendosi strette nelle loro famiglie, nella sicurezza dell’affetto, nel calore della routine. I rumori cittadini si quietano. Si sentono appena alcune auto, così poche da farci caso e magari, voltandosi, notare il conducente. A quest’ora si concedono precedenze, attenzioni e sorrisi. Posso ascoltare il cigolio della mia bici storica sulle viuzze lastricate e strette del centro. Abito qua adesso, sui tetti della città, immerso nella piazza centrale.
La sera si riempie di gente di ogni tipo. Posso osservare dal mio appartamento, lassù oppure attraversare la confusione. Alcune volte mi godo la musica dei concerti sdraiato sul mio divano rosso, ad occhi chiusi, regolando il volume con l’aprirsi e il socchiudersi delle finestre, accompagnato dallo svolazzare leggero delle tende, dal loro soffermarsi sulle note.
Il centro è abbastanza grande da contenere eventi di ogni genere e abbastanza piccolo da permettermi di girarlo a piedi. Storicamente colpito al cuore dalla pazzia dell’uomo, dalla sua violenza ed incompletezza. Sono vicino a quel cuore che, pur ammaccato, pulsa ancora e vive nello stringersi dei tetti quando guardo verso l’alto per scorgere un pezzettino di blu.
E’ una città strana, qua si può trovare di tutto. Come un una grande libreria, basta saper cercare e non aver paura di arrampicarsi sugli scaffali più alti e polverosi.
Guardo davanti a me e vedo già il portoncino verde di casa mia. Mi fermo. Sento un’aria strana. Il vento mi colpisce all’improvviso e mi scompiglia i capelli, si fa sentire come un vecchio amico che arriva di soppiatto. Gli amici ed il caso sono così, ci sono all’improvviso quando ne hai urgente bisogno. Hanno entrambi quello che mi piace definire ‘ tempismo casuale ’.  Arrivano e ti danno quella pacca sulla spalla che ti fa sentire subito meglio. 
E’ un brutto periodo. Uno di quei periodi in cui … ci si ferma ad osservare un portoncino verde. Abbastanza lontano da poter cambiare idea e non tornare subito a casa, abbastanza vicino da pregustare un riposo quasi vitale. Uno di quei periodi in cui si vorrebbe essere continuamente ‘spettinati’ da qualcosa, quando si aspetta che da dietro l’angolo, da un momento all’altro, magicamente, appaia qualcosa che ci stupisca o ci spaventi, che cambi qualcosa dentro di noi.  Uno di quei periodi fatti di giorni infiniti e tutti uguali, in cui si nota tutto, meravigliosamente, ma non altrettanto meravigliosamente riusciamo a vivere le emozioni che dovrebbero crearsi.
E si fanno bilanci. E non si capisce come non ci si è stupiti di ciò che adesso si rimpiange. In questi periodi sembra quasi di aver sbagliato tutto. Di non aver visto o vissuto e goduto abbastanza quello che si aveva e che adesso ci manca incredibilmente. Sembra di non aver saputo apprezzare fino in fondo uno sguardo innamorato, un gesto affettuoso,  o anche la parte noiosa della compagna, i giorni bui di lei. Vorrei essere di nuovo guardato, desiderato, amato così. Naturalmente, semplicemente,
infinitamente amato. Luci soffuse, la sua risata, gli occhi sorpresi, gli abbracci intensi, il fare e decidere cose insieme, la sensazione della casa piena di lei. Tutti ricordi. Quello che più mi spaventa è quello che rimane. Senza preavviso.  Senza tempo per adattarsi all’idea .. sbam .. ti ritrovi a dover ripartire da fermo. 
Tiri i dadi e sei al punto di partenza. Non è mai successo. Arrivano i ricordi confusi, tutti accatastati disordinatamente. Un pugno di sabbia in mano che lentamente scivola via. Tristezza e rabbia mischiate insieme. Dopo un po’ di tempo si fatica a ricordare tutto e ci si rende conto di quanto sia
importante fissare nella mente alcune cose perché dimenticare una persona è perderla per sempre.
Mi chiedo cosa sia allora essere insieme se poi tocca ripartire da qui. Dallo stesso medesimo punto. Adesso dovrei tirare di nuovo i dadi ma guardando il portoncino verde, ripenso. Perché è così che funziona. Noto un portoncino verde, rimango ad osservarlo da lontano nel pieno centro di una città che fissa il televisore … senza sapere chi sono.
Sento i capelli troppo vicino agli occhi, ho un’aria trasandata, un po’ di barba in eccesso, sembro proprio come sono dentro, scombussolato. Altra folata di vento e fermo la mente su un ricordo. 
Il 24 ottobre del 1998 proprio qua sentii una voce cinguettare … “triste?”  disse. Ero esattamente nello stato di adesso. La storia si ripete, come un copione. La stessa strada che consumo calpestandola mille volte sembra raccontarmi il ripetersi costante della mia vita, delle amarezze, sempre le stesse cose, stessi errori, stesse bugie. 
Ero profondamente triste per una donna. Mi sentivo solo e amareggiato.  Improvvisamente mi si
avvicinò uno strano personaggio. Lo avevo già incontrato, mai giudicato, ma dentro di me ero
incuriosito dal fare allegro-trottante che aveva, rasentava il comico. La strada era quasi deserta, un leggero vento autunnale mi staccava le lacrime dal volto. La sua vocetta mi costrinse a distogliermi dal mio dolore. Lo notò senza fare commenti.
Non so come, ci ritrovammo a casa sua. Abitava in una casa di tre piani, stretta, con scale in marmo
consumato dal tempo che, affascinanti e rassicuranti, ci accompagnavano al piano di sopra, dove aveva la sartoria e poi ancora sopra, dove viveva.
Era un abitazione con porte e finestre piccole ma bene illuminata. Ovunque c’erano piccoli occhi che offrivano visuali diverse della città. Da ogni sguardo rampicavano piante affamate di luce e sole. C’era l’odore tipico della casa che ha una storia da raccontare. Il soffitto basso, completamente bianco, alcune pareti accoglievano con un arancione vivo. Ovunque ricordi di viaggi o ricerche. Candele consumate su bottiglie vuote o adagiate su candelabri antichi. Una parete era dedicata alla musica, tutti i generi, prevalentemente classica ed alla cinematografia.  In un angolo un vecchio scrittoio con gambe affusolate e piccoli cassettini, pareva appartenesse ad un pittore. C’era un tavolo grande in mezzo alla stanza con sedie bianche dallo schienale alto. 
Mi imbattei in un astratto in gesso, orribile pensai ma dal suo volto che si illuminava dedussi che “l’opera” doveva essere di una persona speciale. Era in una posizione impossibile da non notare ed infatti lo sguardo, nonostante i miei sforzi, cadeva sempre sui suoi movimenti incomprensibili e inquieti. Lamiere sottili e colorate si conficcavano nel gesso con un movimento incessante, un turbinio fastidioso, non rilassato e tremendamente freddo, arrogante. Mi scontravo continuamente con quel rilievo, mi colpiva volontariamente e violentemente trasmettendomi soltanto ansia.
Che strano .. a volte non si sa veramente cosa è bene incontrare o notare ... a volte una scultura che non sopporti proprio lei ti aiuta ad uscire da un pensiero fisso.
Visitai il piano superiore dove il sarto aveva la camera da letto. Era una stanza piccola con due
finestrine con angolazioni diverse. Sentivo un senso di intimità e serenità. Le scale erano
dipinte di un rosso purpureo. Giravano grandi su se stesse fino ad arrivare a destinazione.
Era un appartamento in cui noti un particolare sempre nuovo. Più tempo resti lì, più cose puoi vedere.
Certe volte il caso sembra costruito per le persone come me. Quando è urgente essere salvati arriva qualcuno ad offrirti il bicchiere di vino che ti cambierà la vita per sempre.
“Ho strappato tutte le sue lettere” dissi. “Le ho fatte a pezzi. Volevo dimenticare mentre adesso vorrei rivivere. Mi sento perduto, confuso, solo in un mondo che non capisco”.
Continuavamo a bere e parlare. Come due specchi ci confrontavamo provando le stesse cose nonostante i vent’anni che ci separavano.
Quando un momento è veramente unico, quando un incontro è speciale a volte ce ne rendiamo conto ed io mi resi conto di quanto fossero importanti il momento e la persona. Sarebbe diventato il mio migliore amico. Il riferimento per gli anni futuri.
Per tutta la sera bevemmo e ci raccontammo sofferenze, storie, pezzi di vita, ricordi, sogni e vicende. Mi sentivo in pace e sentivo di poter dire quello che volevo a questa persona che riusciva a capirmi più di quanto avessi immaginato. Una persona che era con me quando ne avevo più bisogno. Mi sentii riconoscente. Avevo trovato qualcuno a cui potevo, per un momento, scaricare un fardello troppo grande. Quando una persona amica ti aiuta a portare un tuo peso sorridendoti, la vita sembra più giusta, piena di misteri e coincidenze.
Mi chiedo se anche altre persone abbiano avuto i loro folletti. Amici spuntati dal niente come una folata di vento che spazza via il passato e permette di vederlo con altri occhi. Per voltare pagina, per andare in contro a chi si è veramente, facendo chiarezza nei propri ricordi, ridendoci su.
Era il 24 ottobre 1998, ho incontrato un amico e adesso vivo dove lui viveva, dietro ad un portoncino verde.
Qua fermo adesso aspetto ancora una voce nuova che giri la mia vita in senso antiorario, che trascini il tempo in una direzione elettrizzante e mi porti via di qua. Che mi faccia sentire speciale ad essere uno qualunque. Io e il mio umore altalenante.

Il Traghettatore

 

Mi sento un po’ Caronte.
Traghetto queste dolci donzelle verso le anime gemelle di loro. Ho questa sindrome. L’ho chiamata la sindrome del penultimo. Che posso farci. E’ come se riuscissi a sciogliere i loro nodi più profondi liberandole in volo. Volteggiando si allontanano impercettibilmente, progressivamente da me trovando la loro strada.
All’improvviso tutto sembra chiaro, limpido, semplice.
Resto immobile, affascinato dal volo, senza rendermi conto di essere ancorato sempre nello stesso posto. Un posto da cui facilmente e docilmente osservo fuori dal mio egoismo, abbastanza da non accorgermi e trovarmi poi qui in mezzo alla via senza poter neanche più osservare seducenti volteggi.
La strada è affollata, come sempre. Sono stanco. Un timido solicello fa capolino in questo autunno. Sono in coda immerso nel traffico che traghetta me a lavoro. Vorrei prendere una strada diversa. Scappare.
Un bambino si impasticcia fra le auto con la sua bici rossa. E’ più grande di lui. I calzoncini sono arrotolati, lo zaino enorme appoggiato sulle fragili spalle. Barcolla. Ricurvo spinge sui pedali con tutta la forza. Grintoso. Mi fa tenerezza. Poco più avanti, con una tutina rosa, una bambina in moto, attentamente aggrappata al papà con i piedi abbandonati, dritti che non arrivano all’appoggio. Accanto un giovanissimo in auto. Sorridente, si sbraccia per farsi notare dall’amico più avanti. Dietro una donna ed il suo affezionato rossetto con cui sottolinea l’accuratezza del trucco. Il suo bambino ancora assonnato riesce appena a non far cadere il ciuccio. Lo osservo e penso .. anch’io mi sento così.
Ogni mattina ci prepariamo e ci portiamo dietro tutti i nostri errori, senza lasciarne neanche uno incustodito. Ci portiamo dietro i sogni bruciati e dimenticati. Le nostre delusioni hanno preso il posto dei sorrisi fatti sotto il sole pensando al sogno più dolce da sognare in quel momento. Ognuno con la sua vita, il suo copione. Ed io, che di questi copioni scrivo, all'improvviso ho perduto il mio.
Percorro due volte la rotonda. Potrei voltarmi, un cielo diverso, una vita diversa. Una volta nella vita bisognerebbe girare quando non si potrebbe.

Palcoscenico

 

Il teatro è vuoto.
Lo attraverso nel silenzio, in penombra, osservando drappeggi di velluto rosso.
Qui posso essere chi voglio, cambiare pelle all’infinito. Improvvisarmi eroe o vile, vittima o carnefice. Nessuno può giudicarmi né toccarmi, solo osservarmi e nell’osservazione faccio vivere emozioni.

Qui mi sento ai limiti, lontano dal ruolo stretto di una sola vita.
Il mio è un alternarsi: finisce uno spettacolo e ne inizia sempre uno nuovo.
Altalena fra finzione e realtà e non saprei dire quale delle due sia più reale.
Su questo pavimento scuro soffro, amo, piango e rido veramente.
Cosa sia  più vera se una lacrima davanti a tanti occhi o la paura, l’emozione più forte, provata in solitudine non saprei dirlo.

Il teatro è anche una seconda possibilità. Il sipario si chiude ma si può ricominciare, si fanno prove, si cerca di sentire di più, non di essere credibili ma di vivere qualcosa o qualcuno.
E io vivo. Qui vivo. Così vivo e qui lascio la mia anima a fine spettacolo. E’ un posto sicuro dove non corre alcun pericolo. E lei aspetta il mio ritorno perché la faccia volteggiare di nuovo, perché la mostri al mondo. Qui posso. Il teatro è un luogo sicuro, protetto da un biglietto all’ingresso.
Qui posso essere io e negare di esserlo mai stato. Vivere e negare di aver vissuto. Scoprire quello che sono e negare di essere mai stato lì. Qui, protetto da un biglietto pagato all’ingresso, posso cominciare vite sempre nuove o la mia in tutte le facce che posso; rivelare pazzia e sfrenatezza, dolcezza o aggressività, liberare tutto ciò di cui posso essere orgoglioso o vergognarmi.
Perché non è mai accaduto. Sono solo un attore.

Lo spettacolo è finito. Le persone se ne vanno in un brusio tipico, indossano i soprabiti e commentando si avviano all’uscita. Provo un senso di vuoto, so che nessuno mi guarderà più con gli stessi occhi fino alla prossima apertura di sipario: un pesante tendone che si apre e chiude su racconti e vite, che fa sorgere lacrime e critiche, risa e perplessità. Alla fine di ogni spettacolo mi sento plastificato, avvolto ed immobilizzato, senza respiro, in apnea in attesa del prossimo che mi trascini sul palco a vivere come voglio, sotto una nuova pelle, con pensieri ed avventure che non immagino, inchiodato a quel pavimento che mi fa essere di più. C’è, è tangibile una linea immaginaria che separa chi vive da chi guarda: e voi guardate e giudicate me ed io regalo a voi tutto quello che sono perché mastichiate quello che con fatica ho preparato. E’ un microcosmo perfetto, con regole precise ed un copione da seguire eppure qui mi sento più libero. Qui schiavitù e libertà alternano le loro essenze, oppure la vita mi confonde più che rivelare.
Preparo, provo e regalo destini tracciati e la possibilità di scegliere, cosa che non faccio come vorrei, e qui tutti vinciamo e viviamo in eterno.
Non c’è la linea del tempo: un giorno siamo giovani l’altro vecchi, l’altro ricchi l’altro mascalzoni, non esistono destini eterni e le nostre scelte valgono una sera o al massimo una tournée.

Nella vita reale niente ci separa, sono in mezzo a voi, dentro le stesse paure ed incertezze, con amori parole e risa, senza gravità senza nulla che mi inchiodi a quel pavimento di cui sento il vuoto, che mi manca per quello che mi fa essere, perché traccia una linea e voi guardate me ed io voi, e voi giudicate me ed io diverto voi.

Guardo la galleria dove era seduta una persona speciale. A lei vanno tutti gli applausi ricevuti, la fatica delle prove a sera tardi, le risa, gli errori e la fantasia che mi prendeva quando mi ispirava come una musa. Con il suo sorriso mi allontanava da me e mi faceva volare lontano, mi sentivo leggero e libero da me stesso. Guardavo lei, i suoi occhi scuri e profondi, il sorriso avvolgente, la sua calma. Dentro la sua camera, nella sua vita mi sentivo stretto, abbracciato forte. Sdraiato sui cuscini colorati di fronte ad una vetrata con la luce accecante sugli occhi vedevo appena la forma del suo corpo che attraversava la stanza, aggrappata ad un bicchiere di vino rosso, si sedeva al pianoforte e le mani affusolate cominciavano a scorrere sui tasti, una dolce musica ed il suo canto mi rilassavano.
Quanto mi mancano quei momenti, quella pace, la serenità del suo sorriso sempre acceso, sempre presente, la mia isola in cui potevo scappare, rifugiarmi ogni volta che volevo.

Sfioro il palco, solo, senza rumori.
La vita è forse proprio questo: un soffice alternarsi di rumori e silenzi, niente di più credo.

Volto

 

Non trovate che dentro le parole ci siano dei veri e propri mondi sconosciuti? Provate a pensare a questa piccola, innocua parola: volto. Cosa vi viene in mente?

Forse il volto della persona che avete vicina al cuore oppure quella che vedete alzando appena gli occhi sopra le pagine, toccandole con il naso, odorandole ed osservando. Cosa sarebbe accaduto se non aveste incontrato quel volto? Magari è quello di vostra madre: il primo volto della vostra vita, quello che avete amato per primo e amate da sempre. Oppure del compagno: il volto che avete scelto per la vita. Il volto di lei: prima sconosciuta ed ora parte di voi. Il volto di vostro padre che vi ha insegnato, educato, perdonato, capito. Il volto della vostra migliore amica: lei sa tutto dei vostri sguardi, dei sogni e delle debolezze. Il volto di chi state lasciando o vorreste lasciare: non immagina e non vorreste ferirgli il cuore.

Ma volto può anche indicare il voltarsi da qualche parte. Voltare l’angolo, incontrare il volto che avete sempre sognato. Voltare pagina, cambiare tutto: persone, problemi, coreografia.

Forse un sogno è proprio questo: una parola magica da pronunciare senza fretta, odorando le pagine di un libro, con gli occhi a fare capolino, strizzandoli così forte da inumidirli, pensando intensamente, sorridendo come da piccoli quando qualcuno ci diceva “esprimi un desiderio, vedrai che si avvera”. Si avverava … si … perché qualcuno costruiva per noi quell’aquilone a cui avevamo tanto pensato ad occhi chiusi.

Mi chiedo: l’amore che ci porta a regalare senza dire di aver regalato, rende veramente il sogno meno reale?

Nessun Vincitore, Nessun perdente

 

L’amore quando è troppo grande fa paura.  Mi sono arrampicata per gioco su un albero troppo alto, senza pensare che quando si sale ci si stacca da un suolo comodo e si rischia di non riuscire più a scendere. Adesso non so come scendere da quest'altezza senza farmi male. Non ci sono scale né liane per tornare indietro. Non posso andare avanti perché sopra non c'è niente. Solo cielo da osservare ma impossibile da calpestare. Vorrei avere ali per volare lontano invece sono costretta a stare qua, appollaiata su un ramo finché la paura di cadere non passerà. Resto qua, attaccata al ricordo e al bisogno di essere ancora ferita da te. Un giorno avrò la forza di affrontare il dolore. Mi lancerò dal ramo e cadrò. Sentirò male e mi libererò finalmente di un amore che diventerà passato. Sul ramo lascerò tutti i ricordi belli e brutti, litigi e incomprensioni. La voglia di gridarti in faccia quanto male fai con le parole. Ragioni e torti. Tutto svanirà, evaporando dolcemente in un cielo che posso attraversare solo non con le ali della fantasia. Mio unico solo amore.
Qua sul ramo, accovacciata, prendo il freddo dei venti e contemplo quanto la solitudine aiuti i ricordi e li rivesta di rosa con connotazioni sempre diverse. Tutte le mie sensazioni non sembrano le stesse di quando le ho provate. Ogni gesto passato si concentra in alto e svolazza nella mente come un drago sputa fuoco e mi fa sentire priva di forze e di credenze. Qua senza più paure ho bisogno di dimostrarti chi sono. Mi sento libera di fare ed essere ma schiava nei pensieri. Sempre con te sullo sfondo. In sottofondo come una dolce martellante musica, soave ed al contempo stridula.
Non sei più all'orizzonte, non vedo più la tua vita né, di lei, sogni e speranze. Non sento più la voce e le grida, non mi ignori più né mi sorridi. Improvvisamente la brezza che mi portavi e mi scompigliava i capelli non c'è più e neanche il vento forte che a volte mi scagliavi contro.
Finalmente e tristemente non si muove una foglia di questo bellissimo verde albero che tenta colori meno vivaci e appassisce senza il muoversi costante delle incertezze che mi davi. Eppure adesso mi sembrano così dolci che quasi le rimpiango e qui svaniscono paure e ricordi celati ormai in un passato non più vivibile.
E resto qua … accovacciata senza niente per cui combattere, senza niente da cui difendermi. Nella stasi che serve da riposo dopo una lunga battaglia, nel momento in cui ci si chiede cosa sia stato. 
Nessun vincitore né vinto.
Solo un amore iniziato e poi perduto, in un susseguirsi di giorni piovosi o soleggiati, in una lotta fra anime che cercano e non trovano ciò che vogliono o non riconoscono ciò che hanno.
Si sente di più l'incertezza del vivere quando si devono rimpastare i ricordi scegliendoli e impaginandoli nel libro del passato con fotogrammi e sensazioni.  E questo pacchettino che fino a ieri era tutta la mia vita adesso devo lasciarlo quassù anonimo e solo. Abbandonato a se stesso. E lanciarmi da questo ramo così alto, cercando di ferirmi il meno possibile per ricongiungermi alla vita, alla terra. E cercare una stradina incerta che mi porti da qualche parte, senza bussola, senza indicazioni, chiedendo casuali informazioni ai passanti,  portandomi dietro un bagaglio di cose che non ho mai fatto con te, pensando a sostituirti con qualcuno che ti somigli o il contrario di te, con la nausea che sgorga forte dal cuore che ormai non ha più posto. Un porto, forse più sicuro, dove naufragare. Altri due occhi da osservare con la voglia di non ripetere gli stessi errori e con la paura di perdere e soffrire ancora.

Una Mattina Qualunque

 

La cosa più dolce è sentirsi stretti dentro una persona, sentirsi capiti in un caldo abbraccio, addormentarsi nei sogni e risvegliarsi con la luce del mattino che entra in camera senza permesso e ci sveglia senza far rumore, così, in punta di piedi.
Come un cucciolo viene ad annusarti il viso e piano piano ti fa capire che una giornata sta per iniziare e non si può proprio fare tardi. Una doccia calda mentre fuori piove.
Il camino acceso e le urla dei bambini che hanno tanta energia e voglia di vivere da poterne dare anche un pochina in giro. Il profumo del caffè mentre ci mettiamo i nostri cappotti disegnati e cuciti per noi da qualcun’altro che si sta svegliando in una città diversa ma con lo stesso aroma.
Uscire, aprire la macchina, il rumore del ghiaccio che non vuole mollare la presa delle guarnizioni. Mettere in moto ed aspettare con impazienza che l’abitacolo si scaldi. Fregarsi le mani perché non diventino pezzi di ghiaccio anche loro e si incollino al volante. Cercare di far manovra nel sonno con la voglia di tornare sotto le coperte, al calduccio, nel silenzio. Arrivare a lavoro. Parcheggiare.
Vedere le facce assonnate delle persone che con forza cercano di far vibrare le corde vocali come fossero le 4 del pomeriggio. Questo arrampicarsi verso le postazioni, gli automatismi. Tutto questo è dolce perché ci fa sentire al caldo, anche se non nel nostro lettino.
Noi ci sentiamo al caldo nelle nostre affezionate scrivanie grigie, nell’immobilismo dei nostri ruoli, nell’eclissarsi diurno dei nostri sogni. Ci sentiamo al caldo, nei nostri lamenti quotidiani, nella confusione della nostra vita, in tutte le cose che vorremmo non fossero così ma che continuiamo a fare sempre nello stesso modo.
Con le nostre borsette colorate e i fermacravatta posizionati. Ci sentiamo non capiti nel nostro non voler far capire chi siamo. La libertà è una prigione che non vogliamo.
Nella nostra quotidianità noi siamo costretti a vivere cose che non ci piacciono ma abbiamo la certezza che sarà sempre così. Quando qualcuno infrange i patti. Quando qualcuno ci lascia da soli distruggendo la nostra routine che immancabilmente odiamo e diciamo di odiare, noi ci perdiamo. Restiamo affacciati alla nostra vita e la guardiamo cambiare dopo anni di noia e non ci piace.
Ricostruire non ci fa venir voglia di alzarci presto, ci alziamo presto per fuggire, per sfuggire ma non per ricominciare. Ricominciare, mettersi in gioco ci fa sentire fuori posto. Perduti, senza bussola in un mondo che per una volta si muove senza di noi, in un traffico che non sembra più lo stesso. Il tempo non scorre più, è lento. I nostri pensieri non sono più gli stessi, ci commuoviamo nel vedere che niente intorno cambia se la nostra vita non è più la stessa. Ci intristisce il nostro non poter far niente per tornare indietro.
Agganciamo qualche ricordo, lo modifichiamo per dare un motivo a tutto questo e non lo troviamo. Creiamo un motivo, ci sentiamo vittime e vogliamo tornare indietro, almeno di un giorno, per non esserci quando è accaduto. Per non essere lì e non farlo accadere.
Per recuperare il nostro tormento perché quello nuovo ci spaventa, non lo conosciamo, non sappiamo farlo nostro, non sappiamo gestirlo, ci viene incontro come uno sconosciuto e ci parla come un vecchio amico. Non lo vogliamo. Lo ignoriamo mentre lui continua imperterrito a parlarci di una vita che non è la nostra, che vediamo dalla finestra. Si infiltra nella mente e ci parla di cose che non capiamo, a cui non siamo abituati.
La stanchezza, la noia sono svanite, le cerchiamo negli oggetti, in una nuova routine. Faticosamente, per ricostruire, noi ricostruiamo il copione che conosciamo bene. Per sicurezza, per non trovarci impreparati quando la luce del mattino viene a svegliarci sotto una coperta di un colore diverso, fra le lenzuola con altri profumi, fra pareti diverse, dentro rumori diversi. Cerchiamo di ricreare la stessa cosa con elementi simili per sentirci dove ci siamo sempre sentiti male.
Nel nostro dolore quotidiano noi siamo al caldo, ci mettiamo il cappotto ed usciamo dopo un buon caffè … lo stesso di tutti i giorni.

Amico Mio

 

Amico mio, mi tieni compagnia anche adesso che non sei qua a consolarmi. Mi tieni compagnia anche quando ti scrivo. Rileggo le nostre lettere e mi sento meno sola, mi fanno pensare a quanto è grande il mondo dentro di noi e a quanto lo rimpiccioliamo a volte per mostrarlo in modo più semplice o più coerente. Ti cito una frase “nel nostro io c’è un’energia tesa a farci rincontrare, se riusciamo un pochino ad ascoltarci possiamo rischiare i nostri desideri e provarci, provare ad incrociare le nostre traiettorie, anche senza dover sapere il punto preciso dove arriveremo da qui ad un po’”. E tu dove sei arrivato? Sei lontano o vicino? Questo punto vorrei raggiungerlo non fosse altro che al raggiungimento il mio desiderio sarebbe un altro e non voglio perderti amico mio. Perdere il desiderio di vedere una persona, il ricordo, la sua storia è perdere tutta una persona.
Nella tua lettera mi scrivi “Tu non hai, sei. Ed io che non sempre sono ti ho detto “ti voglio bene””.
Le tue parole riscaldano cuore ed ego. Il mio maggior difetto, la mia più grande debolezza che tu per affetto di tanto in tanto compiaci. Nel rivolgermi dentro me stessa ad ascoltarmi le tue parole echeggiano e fanno sembrare questo difetto quasi simpatico, un contatto, una carezza affettuosa, un modo per capirci e mostrarci l’un l’altro paure ed emozioni: malinconia ed euforia. E’ il nostro modo per scusarci di non essere perfetti, per incrociare le nostre perplessità, per appoggiarci e riposarci un po’, lontano dai giudizi, dalla voglia di essere qualcun’ altro. Lontano da regole e parole, dalla ricerca costante di chi siamo e di sogni nuovi, dal desiderio di scappare e rifugiarsi fuori dal mondo, in un posticino al sicuro, un posticino vicino al cuore e lontano da tutto dove ci sono soltanto luci che vogliamo e pensieri che capiamo, un posto dove si può essere se stessi e raggiungere quella serenità che non troviamo oltre. Un posto senza caos senza fretta, un quadro di colori vivi su cui si può correre e sporcarsi di verde e giallo, tuffarsi nella vernice rossa di un fiore, nuotare nel prato, volare senza limiti, senza costrizioni e regole, senza bugie e misteri, senza la voglia di essere da un’altra parte. Un posto in cui non arriva nessuno, nascosto in un sorriso guardando fuori dal finestrino, dietro gli occhi interessati, attraverso la luce del mattino, nella nebbia di un viaggio, nei vicoli della città, un posto vicino e trasparente, così leggero da diventare appena percepibile, un posto che talvolta si appesantisce per scendere qui e farci salire per un momento, un secondo lassù dove nessuno guarda.

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