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Ai miei genitori
a loro devo chi sono,
la ricerca dell’eccellenza,
l’accettazione dei momenti cupi.
I perchè dell'inchiostro
Un foglio bianco, un sottofondo senza voce, una confortante tazza di caffé nero. La penna che si trascina faticosamente sul foglio ha il sapore di un’eternità perduta. La osservo mentre si muove fra le pieghe dei miei pensieri, lascio andare un sorriso e lei si compiace ispirandomi. Come una gattina che fa le fusa si accoccola poi sulle mie ginocchia e graffiando il foglio mi racconta una storia, fermandosi ogni tanto a osservare con i suoi occhioni profondi le mie lacrime e le mie risa. Mi riscalda e mi osserva con l’aria di chi capisce più di quanto possa dire.
Guardo i ricordi con la nostalgia che assale quando ci si ferma e per un attimo si smette di vivere un presente frenetico. Chiudo gli occhi e vedo volti passati, giornate assolate, colori, effluvi. Vi invito e accolgo qua, nel mio modesto labirinto di ricordi e fantasticherie per offrirvi ciò che posso, una luce, un’idea, un momento diverso che uscendo dalla mia mente si posi sulle vostre per farsi osservare.
Queste parole danzeranno per voi sullo sfondo delle vostre convinzioni e muteranno forma così come vorrete. Perché sono docili, fedeli e ingenue, ci assecondano, si fanno afferrare e abbandonare. Seguono i ritmi di chi le legge e non se la prendono se le trascuriamo un po’.
Vi lascio con loro in questo mondo che ci allontana dalla realtà dove non abbiamo doveri, con la calma che ci è dovuta quando comodamente ce ne usciamo per un momento dalla nostra vita per entrare in quella di qualcun’altro.
Sipario
Vi offro così su un piatto d’argento
forgiato per voi da fate e folletti
sguardi, dipinti, fughe, difetti
vite e accadimenti con un giuramento
Con me vivrete vedrete storie
Passando nelle vite impertinenti
Come per strada guardando le genti
Scortati da fantasie reali o illusorie
Così attratti da vissuti e sguardi
Di chi con talento raggiunge traguardi
Destati da vite spumeggianti o inquiete
Grintose gioiose o senza fama mansuete
Fantasia e peccati a solleticare i vostri intelletti
Senza forme del fare mondano ma da queste eletti
Su questi fogli imprimo la vostra vita e la mia
O quella di tutti se conoscete la via
Comodi .. sipario ..
Amare e saper amare
Saper amare è l’arte che contempla sogno e libertà. Saper amare ed amare rende l’altra persona capace di affrontare i propri limiti, dona forza e coraggio, fa vivere più intensamente.
Innamorarsi è un dono. Qualcosa che accade, che ci investe senza programmi, che ci coglie impreparati, ci eleva e fa sentire unici. Saper amare è, invece, quello che siamo riusciti a diventare con il nostro passato, con il nostro percorso.
Se stare vicino ad una persona ci fa sentire completi, in pace e dentro un sogno. Se niente più ci sembra necessario se non quella persona allora si ama e si sa amare profondamente. Se quella persona ci fa sentire che siamo giusti così come siamo, se non abbiamo bisogno di mentire né di sembrare allora anche quella persona ci ama e basterà solo esserci per essere felici.
La vita è fatta di incontri, una serie infinita di incontri, nei quali ci presentiamo per quello che siamo, che vorremmo essere, per quello che saremo o immaginiamo. Tanti incontri da non poterne pensare la fine né uno che sia più interessante degli altri. Per alcuni siamo comparse, per altri molto di più. Per noi siamo unici, come crediamo uniche le nostre sensazioni e problemi quando in realtà pesano quanto un soffio e potrebbero svanire in uno sguardo o in un abbraccio.
Eccolo qua il mio amico, vestito da architetto ultimo grido, crede di essere l’uomo più solo al mondo invece questo è solo il prezzo da pagare per un bene più prezioso. Il dolore d’amore, quello che si prova dopo che la persona in cui credevamo ci ha deluso, non è un dolore acuto o passionale, piuttosto è lento, sinuoso, serpeggia nel cuore, si insinua nel volto, in ogni sguardo, sospettoso, ha un sapore acre e logora le labbra. Il dono così prezioso e costoso è il poter guardare all’infinito qualcuno senza pregiudizi, così come è un dono l’essere guardati così da chi ne è capace.
La mia vita in un giorno
Per quanto difficile, provo ad immaginare.
Immaginare è una bella cosa, una vita quasi perfetta.
Il passato diventa più dolce, così dolce che ci farei volentieri un tuffo.
Ci sono cose che terrò sempre con me, qualsiasi cosa accada.
Tu, nel mio passato, sei tutte le mie lacrime e tutti i miei sorrisi, sei quello che ho avuto e quello che avrei voluto avere, sei quello che ero e quello che sono, amore e odio, inizio e fine di ogni cosa, il motivo per cui credo. Sei in tutte le cose che tocco o sento, nello spirito delle cose che vedo.
Immaginare è eternità. Posso chiudere nella mia mente un momento e tenerlo vivo per sempre.
Salvezza e maledizione!
Se potessi rincontrarti ogni giorno della mia vita, saresti tutta la mia vita in un giorno.
Lettera
Io non sono altro che una persona che hai incontrato per caso … ma tu ci credi al caso?
E allora questo è per te, per allargarti il cuore ed illuminarti l’anima.
Perché questa gabbia dentro cui hai dovuto chiudere i tuoi sentimenti per difenderti ed il tuo cuoricino graffiato perché nessuno più ti faccia del male … sparisca per un attimo e ti liberi in alto. Abbiamo bisogno di fermarlo a volte il mondo. Fermarlo, osservarlo e sorridere dei nostri errori, delle nostre bugie, delle nostre goffaggini, dei nostri slanci e delle cadute. Per capire. Per andare incontro a quello che vogliamo con calma e tranquillità, fuori dalla confusione che ci creiamo intorno solo per non vedere, per non pensare.
“Sono qui, chiusa dentro un copione che non capisco e che non riesco a gestire.
Le lacrime mi partono da dentro, a volte riesco a non farle uscire, riesco a fingere bene un po’ con tutti, familiari ed amici, tu ed io. Quando però chiudo porte e finestre e penso a noi, quello in cui credevo non esiste più e a volte ho la sensazione che non sia mai esistito.
A questo sono legata, al ricordo che ho di noi. Una cosa che mi hai tolto senza preavviso e tutti i sogni, tutto quello che mi faceva vivere di più e sorridere di più … si è infranto. Sto cercando un posto dove appoggiare quello che mi è rimasto, non troppo intatto per la verità. Un posto dove riposarmi un po’ e provare a rincollare i pezzi. Trovare una ragione perché voglio credere che sia stato vero, se non adesso almeno in passato. Non posso pensare di aver vissuto una vita che tu non vedevi, da sola. Questo mi fa soffrire. La sensazione di essere stata sola con te. Sola a provare alcune cose. Non averti mai avuto. Il fatto che forse non sei mai stato né mio, né vero. E adesso fai vedere tutta la tua crudeltà e tutte le tue meschinità. Ci provo, ogni volta, a perdonarti, a far finta di niente, a crederti ancora, a credere che sia diverso, che tu sia dentro quello che ho sempre sentito. Eccoli qua … i ricordi bussano alla porta e mi raccontano una seconda realtà. Mi parlano di una storia che non capisco e mi tormentano l’anima. Voglio crederti con tutta me stessa, con ogni parte di me e non mi rassegno. Questa è la mia salvezza perché mi dà grinta ma anche il mio tormento perché mi attanaglia il cuore e mi lega a te che non sei più di un ricordo offuscato da mille dubbi.
Adesso il tempo corre più lentamente ed i rumori sono ovattati. Guardo dentro di me, in questo silenzio … troppo pericolo per il mio piccolo cuoricino che già ha dovuto affrontare le sue battaglie. Ha bisogno di essere curato un po’, le ferite ancora sanguinano. Avevo diritto a qualcosa di più, ma tu sei cieco, non mi vedi. Non vedi le cose importanti ed io non posso che lasciarti andare per una strada che non è la mia. Ti lascerò il tempo per capire, il tempo per ritornare, il tempo per farmi ancora male, il tempo per farmi volare anche se non come vorrei. Perché tu dentro i miei pensieri più profondi, anche se la razionalità mi parla di qualcos’altro, dentro di me… tu sei stato quello che ho creduto. Sarà così finché il mio cuore non sarà sazio di te, dei tuoi graffi e delle tue carezze. Allora ti lascerò andare e anche se non capirai, così come profondamente non capisci quello che voglio e che sono adesso, dentro il tuo cuore qualcuna di queste parole arriverà. Non può essere diversamente. Non può essere che così. Tu sei come tutti noi … più di quello che vuoi far credere e come tutti ti nascondi. La mia testa è confusa ma il cuore no. Lui sa chi sei. Lui può capirti, perdonarti, amarti e lasciarti andare. Lascerò che lui mi guidi, fino a te e fuori da te, finché questa dolce e dolorosa agonia non finirà.
Saremmo solo capaci di vivere due vite vicine, non una vita insieme e questo non basta. Dimenticherò la tua freddezza e le tue parole crudeli e terrò i ricordi che vorrò di te. Terrò soltanto la persona che ho amato.
Ti odio per non essere tutto per me come tu probabilmente odi me per lo stesso motivo. Forse è per questo che non ci comprendiamo e cerchiamo di ferirci, perché nel profondo odiamo il non essere l’una l’anima gemella dell’altro.
A volte servirebbero due cuori, uno per amare e uno per quando si rimane soli.”
Spero di aver scritto qualcosa che possa servirti a sentire di più quello che sei, che ti avvicini a te. Prima si ama noi stessi, poi ci si perdona, ci si premia, ci si capisce. Poi si guarda in alto e si incrocia uno sguardo nuovo.
Tu adesso stai cercando di perdonarti per un errore che non è il tuo e neanche il suo probabilmente. Spero che arrivi presto un sogno nuovo che ti illumini gli occhi e quando sarà il momento il tuo cuore si volterà da solo da un’altra parte … una distrazione e … ti aspetto sul balcone a parlare di nuovi battiti del cuore.
Se si ama
Piove.
Ti perdo un pezzetto in più ad ogni goccia. Mi cade dentro al cuore e brucia. Ogni minuto mi allontana da te. Vorrei fermare il tempo. Avere la possibilità di soffrire in eterno ma qui e adesso. Sempre qui e adesso. E invece tu svanirai e il ricordo di te si confonderà con il resto. Tornerà il sole e questo dolore non sarà servito a nessuno.
Credo sia questo l’amore. Quello che provo per te. Non è quando ti manca qualcuno come l’aria. Non è quando vuoi qualcuno a tutti i costi. Non è quando senti il cuore che si accartoccia. Non è paura di vivere o voglia di vivere troppo. Non sono i progetti. Non è il caldo di una persona che ti capisce. Non è svegliarsi con qualcuno da abbracciare quando si sta ancora quasi dormendo.
L’amore è quando sai chi sei e capisci chi è l’altra persona, tanto che puoi lasciare che viva senza te.
E’ quando sai che quella persona è tua in un tempo, in un luogo che non sono eterni e questo ti basta. Rende coraggiosi e liberi. E’ questo che provo. Vivrei solo per te ma chiuderti in una promessa sarebbe come toglierti le ali. E allora ti lascio volare in un cielo più limpido perché tu volteggi abbastanza in alto da darti adrenalina, abbastanza velocemente da coglierne i segreti, in un cielo così chiaro da permettermi di vederti lassù in una pienezza fiera e frizzante.
Perché tu sei questo. Aria. Come un soffio leggero arrivi nel cuore per poi confonderti nel mondo.
Un soffio non si prende, né si tocca, né controlla, né fissa nel tempo. E’ un attimo leggero. Un momento che si può annerire pensando ad altro e farlo fuggire senza averlo sentito sulla faccia oppure assaggiarlo per il tempo che dura. Un attimo può essere eterno o insignificante. Un soffio si può sentire chiudendo, strizzando bene gli occhi perché la vista ci distrae.
E in un attimo ho sentito cose che non so spiegarti. Un alito di vita che mi ha fatto sentire migliore. Ma siamo così piccoli a volte. Come quando passeggiamo per strada e vediamo qualcosa che ci piace. Il desiderio ci acceca e cerchiamo di avere, possedere. Passiamo la vita a raccogliere cose e persone e le stringiamo a noi per poi aver paura di perderle. E ci sfugge quel momento, non gli diamo importanza, il momento in cui ci siamo fermati davanti ad una vetrina piena di luci ad osservare. Il momento in cui arriva il desiderio e ci pervade.
Questo sei per me, un gioiello prezioso che per ingordigia volevo prendere. Invece di osservarti … ti ho bruciato.
Mi hai insegnato a cogliere l’attimo. Perché non torna più. L’attimo passa e quando è passato tutto il resto sono solo copie. Ma la mia razionalità, i miei modi in fondo conformati, il mio essere nelle regole non mi lasciano vivere solo di attimi.
Non so dove arriverò da qui ad un po’ ma voglio essere perdonata per averti preso e immobilizzato, non osservato; per averti chiesto e non dato; per aver preteso comprensione; per averti criticato e giudicato, confrontato. Dovevo rimanere immobile chiudere gli occhi e sentire. Dovevo osservarti e cercare di uscire dai miei pensieri per una volta. Seguirti per vedere com’è il mondo dall’alto senza pensare alle mie paure.
Sei un raggio di sole. Un miraggio. Qualcosa che arriva e passa. Qualcosa che non si conquista ma che si osserva da lontano perché da lì si intravedono tonalità diverse. Come una pietra preziosa o un tramonto.
In alcuni momenti ti ho sentito veramente. Per quelli tu per me sei quello che ti dico. Ma sono capace solo di cogliere alcuni momenti di te per il resto ripiombo quaggiù e sguazzo fra scadenze, date e quotidianità spicciola. Non riuscirò mai a capire di quale luce vivi. E’ confusa con quelle della vetrina e la coreografia è intrigante quanto il luccichio della pietra. Una di quelle luci la crei tu con quello che sei che non sai neanche di essere. Sai che puoi ammaliare, avere, far provare desiderio, incuriosire, ingannare, pervadere, coinvolgere, stringere e lasciare ma non sai cosa di te provoca tutto questo. Quello che dici non inganna, né coinvolge, né entusiasma, né intriga, né persuade. E’ qualcosa che hai in fondo agli occhi, che nascondi perché è troppo forte, che dosi sempre, che mascheri spesso. Quella forza che arriva da dentro. Quello che può farti avere quello che vuoi nei momenti cupi e nei momenti sfrenati. Momenti in cui pensi dovresti cambiare e momenti in cui capisci che cambiare è spegnersi.
Siamo quello che siamo. Dobbiamo amarci per quello che siamo. Senza diventare qualcosa che potremmo non capire.
Adesso ho il tempo per guardare quello che sei, per lasciarmi affascinare. Cerco di respirare più profondamente, di lasciarmi andare per far uscire il dolore ma si ricrea troppo velocemente, come l’acqua che riempie un recipiente e alla fine continua a cadere anche se il recipiente è già colmo.
Ci sono momenti in cui mi sento perduta, sola e confusa. Momenti in cui non mi sembri neanche vero. Momenti in cui mi manchi talmente che devo pensare a prendere fiato per respirare. E poi tutto il resto, cose e persone senza te sembrano banali. Niente può entusiasmarmi adesso. Niente mi prende abbastanza. Nessuna delle cose che inizio ho veramente voglia di finirla. Quello che vedo sembra noioso e stupido. Troppe parole, troppi consigli, troppi giudizi. Troppo rumore.
Avrei dovuto tenere nel silenzio quello che provavo per te. Curarlo di più. Proteggerlo. Ma non sapevo niente di te. Neanche adesso so niente di te e fra non molto cambierai ancora.
Quando passerà mi mancherai di più. Fuori dal cuore, fuori dalla mente, fuori dal presente.
Nessun vincitore, nessun perdente
L’amore quando è troppo grande fa paura. Mi sono arrampicata per gioco su un albero troppo alto, senza pensare che quando si sale ci si stacca da un suolo comodo e si rischia di non riuscire più a scendere. Adesso non so come scendere da quest'altezza senza farmi male. Non ci sono scale né liane per tornare indietro. Non posso andare avanti perché sopra non c'è niente. Solo cielo da osservare ma impossibile da calpestare. Vorrei avere ali per volare lontano invece sono costretta a stare qua, appollaiata su un ramo finché la paura di cadere non passerà. Resto qua, attaccata al ricordo e al bisogno di essere ancora ferita da te. Un giorno avrò la forza di affrontare il dolore. Mi lancerò dal ramo e cadrò. Sentirò male e mi libererò finalmente di un amore che diventerà passato. Sul ramo lascerò tutti i ricordi belli e brutti, litigi e incomprensioni. La voglia di gridarti in faccia quanto male fai con le parole. Ragioni e torti. Tutto svanirà, evaporando dolcemente in un cielo che posso attraversare solo non con le ali della fantasia. Mio unico solo amore.
Qua sul ramo, accovacciata, prendo il freddo dei venti e contemplo quanto la solitudine aiuti i ricordi e li rivesta di rosa con connotazioni sempre diverse. Tutte le mie sensazioni non sembrano le stesse di quando le ho provate. Ogni gesto passato si concentra in alto e svolazza nella mente come un drago sputa fuoco e mi fa sentire priva di forze e di credenze. Qua senza più paure ho bisogno di dimostrarti chi sono. Mi sento libera di fare ed essere ma schiava nei pensieri. Sempre con te sullo sfondo. In sottofondo come una dolce martellante musica, soave ed al contempo stridula.
Non sei più all'orizzonte, non vedo più la tua vita né, di lei, sogni e speranze. Non sento più la voce e le grida, non mi ignori più né mi sorridi. Improvvisamente la brezza che mi portavi e mi scompigliava i capelli non c'è più e neanche il vento forte che a volte mi scagliavi contro.
Finalmente e tristemente non si muove una foglia di questo bellissimo verde albero che tenta colori meno vivaci e appassisce senza il muoversi costante delle incertezze che mi davi. Eppure adesso mi sembrano così dolci che quasi le rimpiango e qui svaniscono paure e ricordi celati ormai in un passato non più vivibile.
E resto qua … accovacciata senza niente per cui combattere, senza niente da cui difendermi. Nella stasi che serve da riposo dopo una lunga battaglia, nel momento in cui ci si chiede cosa sia stato.
Nessun vincitore né vinto.
Solo un amore iniziato e poi perduto, in un susseguirsi di giorni piovosi o soleggiati, in una lotta fra anime che cercano e non trovano ciò che vogliono o non riconoscono ciò che hanno.
Si sente di più l'incertezza del vivere quando si devono rimpastare i ricordi scegliendoli e impaginandoli nel libro del passato con fotogrammi e sensazioni. E questo pacchettino che fino a ieri era tutta la mia vita adesso devo lasciarlo quassù anonimo e solo. Abbandonato a se stesso. E lanciarmi da questo ramo così alto, cercando di ferirmi il meno possibile per ricongiungermi alla vita, alla terra. E cercare una stradina incerta che mi porti da qualche parte, senza bussola, senza indicazioni, chiedendo casuali informazioni ai passanti, portandomi dietro un bagaglio di cose che non ho mai fatto con te, pensando a sostituirti con qualcuno che ti somigli o il contrario di te, con la nausea che sgorga forte dal cuore che ormai non ha più posto. Un porto, forse più sicuro, dove naufragare. Altri due occhi da osservare con la voglia di non ripetere gli stessi errori e con la paura di perdere e soffrire ancora.
24 Ottobre 1998
Quando si è tristi tutto sembra più grigio, a volte anche più freddo, come se la natura sottolineasse con il suo malessere il nostro. Probabilmente la capacità di percepire scarta il tutto per ricavarne quel poco di tristezza che ci consumi definitivamente.
Mi piace attraversare la città a quest’ora: un attimo prima che faccia buio, proprio quando le persone si coccolano vicendevolmente a tavola, chiudendosi strette nelle loro famiglie, nella sicurezza dell’affetto, nel calore della routine. I rumori cittadini si quietano. Si sentono appena alcune auto, così poche da farci caso e magari, voltandosi, notare il conducente. A quest’ora si concedono precedenze, attenzioni e sorrisi. Posso ascoltare il cigolio della mia bici storica sulle viuzze lastricate e strette del centro. Abito qua adesso, sui tetti della città, immerso nella piazza centrale.
La sera si riempie di gente di ogni tipo. Posso osservare dal mio appartamento, lassù oppure attraversare la confusione. Alcune volte mi godo la musica dei concerti sdraiato sul mio divano rosso, ad occhi chiusi, regolando il volume con l’aprirsi e il socchiudersi delle finestre, accompagnato dallo svolazzare leggero delle tende, dal loro soffermarsi sulle note.
Il centro è abbastanza grande da contenere eventi di ogni genere e abbastanza piccolo da permettermi di girarlo a piedi. Storicamente colpito al cuore dalla pazzia dell’uomo, dalla sua violenza ed incompletezza. Sono vicino a quel cuore che, pur ammaccato, pulsa ancora e vive nello stringersi dei tetti quando guardo verso l’alto per scorgere un pezzettino di blu.
E’ una città strana, qua si può trovare di tutto. Come un una grande libreria, basta saper cercare e non aver paura di arrampicarsi sugli scaffali più alti e polverosi.
Guardo davanti a me e vedo già il portoncino verde di casa mia. Mi fermo. Sento un’aria strana. Il vento mi colpisce all’improvviso e mi scompiglia i capelli, si fa sentire come un vecchio amico che arriva di soppiatto. Gli amici ed il caso sono così, ci sono all’improvviso quando ne hai urgente bisogno. Hanno entrambi quello che mi piace definire ‘ tempismo casuale ’. Arrivano e ti danno quella pacca sulla spalla che ti fa sentire subito meglio.
E’ un brutto periodo. Uno di quei periodi in cui … ci si ferma ad osservare un portoncino verde. Abbastanza lontano da poter cambiare idea e non tornare subito a casa, abbastanza vicino da pregustare un riposo quasi vitale. Uno di quei periodi in cui si vorrebbe essere continuamente ‘spettinati’ da qualcosa, quando si aspetta che da dietro l’angolo, da un momento all’altro, magicamente, appaia qualcosa che ci stupisca o ci spaventi, che cambi qualcosa dentro di noi. Uno di quei periodi fatti di giorni infiniti e tutti uguali, in cui si nota tutto, meravigliosamente, ma non altrettanto meravigliosamente riusciamo a vivere le emozioni che dovrebbero crearsi.
E si fanno bilanci. E non si capisce come non ci si è stupiti di ciò che adesso si rimpiange. In questi periodi sembra quasi di aver sbagliato tutto. Di non aver visto o vissuto e goduto abbastanza quello che si aveva e che adesso ci manca incredibilmente. Sembra di non aver saputo apprezzare fino in fondo uno sguardo innamorato, un gesto affettuoso, o anche la parte noiosa della compagna, i giorni bui di lei. Vorrei essere di nuovo guardato, desiderato, amato così. Naturalmente, semplicemente,
infinitamente amato. Luci soffuse, la sua risata, gli occhi sorpresi, gli abbracci intensi, il fare e decidere cose insieme, la sensazione della casa piena di lei. Tutti ricordi. Quello che più mi spaventa è quello che rimane. Senza preavviso. Senza tempo per adattarsi all’idea .. sbam .. ti ritrovi a dover ripartire da fermo.
Tiri i dadi e sei al punto di partenza. Non è mai successo. Arrivano i ricordi confusi, tutti accatastati disordinatamente. Un pugno di sabbia in mano che lentamente scivola via. Tristezza e rabbia mischiate insieme. Dopo un po’ di tempo si fatica a ricordare tutto e ci si rende conto di quanto sia
importante fissare nella mente alcune cose perché dimenticare una persona è perderla per sempre.
Mi chiedo cosa sia allora essere insieme se poi tocca ripartire da qui. Dallo stesso medesimo punto. Adesso dovrei tirare di nuovo i dadi ma guardando il portoncino verde, ripenso. Perché è così che funziona. Noto un portoncino verde, rimango ad osservarlo da lontano nel pieno centro di una città che fissa il televisore … senza sapere chi sono.
Sento i capelli troppo vicino agli occhi, ho un’aria trasandata, un po’ di barba in eccesso, sembro proprio come sono dentro, scombussolato. Altra folata di vento e fermo la mente su un ricordo.
Il 24 ottobre del 1998 proprio qua sentii una voce cinguettare … “triste?” disse. Ero esattamente nello stato di adesso. La storia si ripete, come un copione. La stessa strada che consumo calpestandola mille volte sembra raccontarmi il ripetersi costante della mia vita, delle amarezze, sempre le stesse cose, stessi errori, stesse bugie.
Ero profondamente triste per una donna. Mi sentivo solo e amareggiato. Improvvisamente mi si
avvicinò uno strano personaggio. Lo avevo già incontrato, mai giudicato, ma dentro di me ero
incuriosito dal fare allegro-trottante che aveva, rasentava il comico. La strada era quasi deserta, un leggero vento autunnale mi staccava le lacrime dal volto. La sua vocetta mi costrinse a distogliermi dal mio dolore. Lo notò senza fare commenti.
Non so come, ci ritrovammo a casa sua. Abitava in una casa di tre piani, stretta, con scale in marmo
consumato dal tempo che, affascinanti e rassicuranti, ci accompagnavano al piano di sopra, dove aveva la sartoria e poi ancora sopra, dove viveva.
Era un abitazione con porte e finestre piccole ma bene illuminata. Ovunque c’erano piccoli occhi che offrivano visuali diverse della città. Da ogni sguardo rampicavano piante affamate di luce e sole. C’era l’odore tipico della casa che ha una storia da raccontare. Il soffitto basso, completamente bianco, alcune pareti accoglievano con un arancione vivo. Ovunque ricordi di viaggi o ricerche. Candele consumate su bottiglie vuote o adagiate su candelabri antichi. Una parete era dedicata alla musica, tutti i generi, prevalentemente classica ed alla cinematografia. In un angolo un vecchio scrittoio con gambe affusolate e piccoli cassettini, pareva appartenesse ad un pittore. C’era un tavolo grande in mezzo alla stanza con sedie bianche dallo schienale alto.
Mi imbattei in un astratto in gesso, orribile pensai ma dal suo volto che si illuminava dedussi che “l’opera” doveva essere di una persona speciale. Era in una posizione impossibile da non notare ed infatti lo sguardo, nonostante i miei sforzi, cadeva sempre sui suoi movimenti incomprensibili e inquieti. Lamiere sottili e colorate si conficcavano nel gesso con un movimento incessante, un turbinio fastidioso, non rilassato e tremendamente freddo, arrogante. Mi scontravo continuamente con quel rilievo, mi colpiva volontariamente e violentemente trasmettendomi soltanto ansia.
Che strano .. a volte non si sa veramente cosa è bene incontrare o notare ... a volte una scultura che non sopporti proprio lei ti aiuta ad uscire da un pensiero fisso.
Visitai il piano superiore dove il sarto aveva la camera da letto. Era una stanza piccola con due
finestrine con angolazioni diverse. Sentivo un senso di intimità e serenità. Le scale erano
dipinte di un rosso purpureo. Giravano grandi su se stesse fino ad arrivare a destinazione.
Era un appartamento in cui noti un particolare sempre nuovo. Più tempo resti lì, più cose puoi vedere.
Certe volte il caso sembra costruito per le persone come me. Quando è urgente essere salvati arriva qualcuno ad offrirti il bicchiere di vino che ti cambierà la vita per sempre.
“Ho strappato tutte le sue lettere” dissi. “Le ho fatte a pezzi. Volevo dimenticare mentre adesso vorrei rivivere. Mi sento perduto, confuso, solo in un mondo che non capisco”.
Continuavamo a bere e parlare. Come due specchi ci confrontavamo provando le stesse cose nonostante i vent’anni che ci separavano.
Quando un momento è veramente unico, quando un incontro è speciale a volte ce ne rendiamo conto ed io mi resi conto di quanto fossero importanti il momento e la persona. Sarebbe diventato il mio migliore amico. Il riferimento per gli anni futuri.
Per tutta la sera bevemmo e ci raccontammo sofferenze, storie, pezzi di vita, ricordi, sogni e vicende. Mi sentivo in pace e sentivo di poter dire quello che volevo a questa persona che riusciva a capirmi più di quanto avessi immaginato. Una persona che era con me quando ne avevo più bisogno. Mi sentii riconoscente. Avevo trovato qualcuno a cui potevo, per un momento, scaricare un fardello troppo grande. Quando una persona amica ti aiuta a portare un tuo peso sorridendoti, la vita sembra più giusta, piena di misteri e coincidenze.
Mi chiedo se anche altre persone abbiano avuto i loro folletti. Amici spuntati dal niente come una folata di vento che spazza via il passato e permette di vederlo con altri occhi. Per voltare pagina, per andare in contro a chi si è veramente, facendo chiarezza nei propri ricordi, ridendoci su.
Era il 24 ottobre 1998, ho incontrato un amico e adesso vivo dove lui viveva, dietro ad un portoncino verde.
Qua fermo adesso aspetto ancora una voce nuova che giri la mia vita in senso antiorario, che trascini il tempo in una direzione elettrizzante e mi porti via di qua. Che mi faccia sentire speciale ad essere uno qualunque. Io e il mio umore altalenante.
Il traghettatore
Mi sento un po’ Caronte.
Traghetto queste dolci donzelle verso le anime gemelle di loro. Ho questa sindrome. L’ho chiamata la sindrome del penultimo. Che posso farci. E’ come se riuscissi a sciogliere i loro nodi più profondi liberandole in volo. Volteggiando si allontanano impercettibilmente, progressivamente da me trovando la loro strada.
All’improvviso tutto sembra chiaro, limpido, semplice.
Resto immobile, affascinato dal volo, senza rendermi conto di essere ancorato sempre nello stesso posto. Un posto da cui facilmente e docilmente osservo fuori dal mio egoismo, abbastanza da non accorgermi e trovarmi poi qui in mezzo alla via senza poter neanche più osservare seducenti volteggi.
La strada è affollata, come sempre. Sono stanco. Un timido solicello fa capolino in questo autunno. Sono in coda immerso nel traffico che traghetta me a lavoro. Vorrei prendere una strada diversa. Scappare.
Un bambino si impasticcia fra le auto con la sua bici rossa. E’ più grande di lui. I calzoncini sono arrotolati, lo zaino enorme appoggiato sulle fragili spalle. Barcolla. Ricurvo spinge sui pedali con tutta la forza. Grintoso. Mi fa tenerezza. Poco più avanti, con una tutina rosa, una bambina in moto, attentamente aggrappata al papà con i piedi abbandonati, dritti che non arrivano all’appoggio. Accanto un giovanissimo in auto. Sorridente, si sbraccia per farsi notare dall’amico più avanti. Dietro una donna ed il suo affezionato rossetto con cui sottolinea l’accuratezza del trucco. Il suo bambino ancora assonnato riesce appena a non far cadere il ciuccio. Lo osservo e penso .. anch’io mi sento così.
Ogni mattina ci prepariamo e ci portiamo dietro tutti i nostri errori, senza lasciarne neanche uno incustodito. Ci portiamo dietro i sogni bruciati e dimenticati. Le nostre delusioni hanno preso il posto dei sorrisi fatti sotto il sole pensando al sogno più dolce da sognare in quel momento. Ognuno con la sua vita, il suo copione. Ed io, che di questi copioni scrivo, all'improvviso ho perduto il mio.
Percorro due volte la rotonda. Potrei voltarmi, un cielo diverso, una vita diversa. Una volta nella vita bisognerebbe girare quando non si potrebbe.
Un posto speciale
Di tutte le parole che ti ho detto non ne ricordo una per te, solo per te e allora ti scrivo perché abbia un senso averti incontrato.
Non è facile scrivere ad una persona che non si conosce. Non so se stai cercando qualcosa, non so se hai trovato la tua via ma sento di doverti tanto per quello che sei.
Noi siamo quello che siamo, a volte meno di quello che potremmo a volte più di quello che immaginiamo. C’è un posto dove possiamo riposarci un po’ quando non abbiamo la forza di correre come sempre, di scegliere come sempre, lontano dalla ricerca costante di chi siamo, lontano dal bisogno di avere sogni nuovi, un posticino vicino al cuore dove ci sono soltanto le luci che vogliamo vicine, dove ci sono solo pensieri che possiamo capire, senza caos, senza fretta, senza regole, un posto dove ci appoggiamo a quello che siamo veramente, senza bugie.
Un posto nascosto dietro una finta distrazione, leggero, lassù, lui si appesantisce e per un momento scende in basso, per farci salire, per farci dimenticare e ci trascina via da qui e per un secondo ci si può nascondere dove nessuno guarda.
Ti scrivo da questo posticino, vicino ad un paio di ricordi che dovrebbero raccontarmi chi sei. Eppure stranamente ricordo solo il tuo sorriso, nient’altro ma so che con quello puoi cambiare il mondo. Invadere i vicoli che percorri, oltre la quotidianità. Hai qualcosa che sembra quasi tangibile, che porti con te e dai alle persone senza chiedere, qualcosa che fa sentire gli altri bene con se stessi, che fa sembrare tutto più giusto, che legge il caso e scaccia i brutti pensieri. Non c’è niente che si possa regalare ad una persona come te, niente che si possa dire allora ti regalo questo pensiero, per farti sorridere una volta di più.
Serena
Non so per quanto ti penserò ancora ma spero che questa malinconia resti con me ancora per tanto tempo. Abbastanza per farmi sentire più di quello che sono. Voglio rimanere così. Incantato da quello che vedo nei tuoi occhi e sento nella tua voce. Rimanere così dentro un sogno in eterno perché tu sei il mio sogno. Non c’è dolore che possa farmi abbastanza paura, non c’è paura che possa spaventarmi più di quanto sei. Il tempo non ha importanza perché tu sei anche questo, un tempo infinito e solo per quel tempo, quando sono con te, posso vivere chi sono.
Questo sei per me, solo questo niente di più niente di meno.
Non potrei chiederti niente di più di quello che già hai fatto per me. Non potrei mai costringerti ad una quotidianità che non vuoi, neanche a una vita o ad un minuto che non vuoi vivere. Costringerti, tagliarti le ali sarebbe perderti più di quanto sento di averti perso. Vorrei solo poter vivere con te una seconda eternità, senza volerti più di quello che puoi. Quello che puoi è già tutto per me. Non so parlarti come vorrei. Le parole ci limitano troppo. Qualsiasi parola di fronte a te diventa banale, perde significato nel momento in cui provo ad esprimerla. Vorrei poterti stare vicino solo per sentirti. Tu mi fai sentire migliore, mi fai sentire quello che ho sempre sperato di essere ed è anche questo che mi manca di te.
Mi sveglio la mattina annebbiato dalla tua presenza, a volte ti sento scivolare via, sento che ti stai tormentando in una vita che ti sta stretta e non posso fare niente per regalarti la fantasia che potrebbe farti volare lontano, non posso fare niente per salvarti. Forse non ne hai bisogno. Non hai bisogno di essere salvata perché salvarti ucciderebbe il tuo spirito, lo stesso che sento guardandoti.
Con te non si vince né si perde. Con te si vive soltanto ed io che ci provo a vivere e a viverti … dopo di te non riesco ad immaginare più niente.
Ultimo battito del cuore
Caro compagno ed amico, ti scrivo tutto questo ma non so se avrò mai il coraggio di fartelo leggere.
Ognuno di noi piccoli esseri umani ha il dovere di essere onesto, con se stesso almeno, ma ci vuole molto coraggio per esserlo l’un l’altro. Per il momento sarò onesta con questo foglio bianco.
In cuor mio sono certa che noi due siamo fatti per volerci bene ma non per giurarci amore eterno. Non saremmo capaci di vivere una vita insieme ma soltanto due vite vicine e questo non basta. Spero un giorno di riuscire a dirti tutto questo con le parole giuste. Il mio cuore mi dice che ci sono altre due persone al mondo che potremmo non incontrare mai ma che vale la pena di cercare e che ci amerebbero come noi due non sappiamo fare. Non sarebbe giusto vivere un amore che non è tale. Per questo a volte non ci comprendiamo. Un giorno entrambi potremmo essere veramente felici. Cerchiamo il coraggio dentro di noi e ammettiamo il nostro errore, pagheremo un prezzo molto alto per orgoglio o codardia.
Vorrei che tutto quello che è accaduto nascesse da qualcosa di così complesso da essere incomprensibile. E’ più facile dover ammettere “abbiamo fallito, non riuscivamo a risolvere dei problemi” piuttosto che “abbiamo fallito perché non ci amiamo e non ci siamo mai amati”.
E dopo?
La cosa strana è la sensazione che si prova subito dopo. Lui è andato via insieme alle sue cose oppure le sue cose sono andate via insieme a lui. Piccoli oggetti presi nei viaggi fatti insieme, regali di amici o parenti, quel divano scelto dopo tanto bighellonare, il tavolo di suo nonno e tutti i cd. Tutto svanisce. Si chiude la porta e la sala è improvvisamente vuota. Resta un camino spento, un tappeto che non piaceva a nessuno e due candele consumate, testimoni di mille promesse.
Dovrebbero vietarli i lasciti drastici. Lasciarsi dovrebbe essere più graduale in modo da permettere ad ognuno di organizzarsi, ristabilirsi. Dovrebbe essere possibile evitare la divisione degli amici. C’è un modo giusto per dividerli? Uno a testa? E poi chi fa la parte del cattivo nella storia? E’ una parte che non piace a nessuno.
In questo momento non so chi sono né perché è successo né se si poteva evitare, eppure ironicamente sono gli unici periodi della vita in cui qualcuno me lo chiede … nei dettagli. I commenti nascono prematuramente e sono esattamente il contrario di quello che voglio sentire.
Sono sola. In mezzo ad una stanza vuota e silenziosa. Mi viene da ridere ed ho la netta sensazione che qualcuno da dietro le quinte mi suggerisca che ho sbagliato pagina del copione.
Nessun dubbio
Nessun dubbio. Fra i due mali questo è il minore.
Vorrei riuscire a dirtelo di persona ma non riuscirei a guardarti e parlare. Riuscirei soltanto con un filo di voce a pregarti di avvicinarti ed abbracciarmi. Fa troppo male anche il solo pensarci. Ti ho scritto, per me, per essere in pace con me stessa. Per te, per dirti la verità ... tutta.
Breccia, falla, muro o meno ... quello che ho visto e sentito è buono e cattivo e tanto forte che ci ho perso la ragione.
Perché tu sei così. Inferno e paradiso. Eccessivo in tutto. Frizzante, coinvolgente e pericoloso.
Una voce sottile e calda. Un abbraccio che fa sentire a casa. La pelle liscia con un profumo che resta vivo nel ricordo. Le mani grandi che scivolavano sulla pelle non come qualcosa di estraneo ma come fossero sempre state lì. Lacrime e risa alternate. Il cuore in gola da perdere il fiato.
Sento gli occhi spegnersi, mi sembra che tutti i colori del mondo siano solo sfumature di grigio.
Ricordo il tuo sorriso venirmi incontro con l’aria di chi non si rende conto del male che può fare, con gli occhi aperti per la voglia di curiosare. In un attimo spegni e riaccendi la luce nella mia vita, ti basta niente per cambiare tutto, a me invece costa tanto fare qualsiasi cosa. Riesci a farmi sorridere con un battito di ciglia e impazzire solo voltandoti altrove.
Guardo in alto e il cielo mi sembra grigio e tempestoso. Così triste che non riesco a ricordare come fosse prima. Così scuro che ho difficoltà a pensare che sia mai stato colorato. Così tempestoso che sembra impossibile la calma che prima percepivo. Grande da non immaginarne la fine. Non faccio che guardarlo questo cielo nero, scrutarlo per vederti, magari in lontananza, distratto.
E’ come sentire una lama sottile che lentamente si fa spazio e pungente trafigge i pensieri. Ogni goccia è un ricordo che scomparendo mi abbandona per sempre.
Ti porterò sempre con me, insieme al cuore impazzito di quando ti vedevo e ai brividi freddi di adesso.
Nell'occhio del ciclone
Sei la prima vera tentazione della mia vita.
Averti conosciuto è come aver toccato un oceano di note, un soffio di eternità, un sogno immerso nel caso, una realtà perduta, il confine con la fantasia, una favola uscita da un libro sullo scaffale e scivolata giù, fuori dalla polvere, all’improvviso, un pensiero leggero, uno sguardo lontano, una nota senza compositore che attraversa all’improvviso la mente senza armi e senza trucchi.
Se potessi vivere mille volte la stessa cosa, vivrei solo per questo.
Riesci ad essere così reale quando non ci sei. Sei un pensiero che mi accompagna la mattina a lavoro, che mi distrae dalla quotidianità, uno sguardo lontano quando sono malinconica. Una goccia di pioggia nel sereno.
L’amore è divino. Un antidoto alla tristezza. Rende capaci di qualunque pazzia. Nessun dubbio o errore. Niente può scalfire, nessuna notizia o situazione, fatta eccezione per l'indifferenza: il non esistere più per quella persona. Non serve altro che quello che già c’è.
Dicono che l'innamoramento sembri eterno ma abbia durata breve. Pare che poi sia sostituito da parole e progetti, che diventi ciò che unisce, a volte per una vita intera, a volte per un discreto periodo di tempo. Dicono che rimane la nostalgia di quella luce, di quella magia che provocava tremiti, fermava il cuore e toglieva il sonno e che si finisce per cercarla negli occhi dell’altro a volte per una vita intera.
Ma l’amore non ha una ricetta. Ci si può innamorare più volte della stessa persona. Ed io mi innamoro così, ad intermittenza. Di cose diverse, in modi diversi. A volte di un sorriso, inaspettatamente ad una normalissima cena. Mi innamoro come se fossi una persona diversa perché le sensazioni che mi dai sono diverse. E quando succede è come stare su una nuvoletta sopra desideri, speranze, necessità, volontà perché lì non ho bisogno di nient'altro che quello che ho già.
Concludendo
L’amore è una cosa strana.
E’ quando permetti ad una persona di arredarti casa ed attaccare al muro due mattonelle su uno sfondo blu con sotto due manopole colorate.
Visione (1986)
Inverosimili, pacate allucinazioni
intrecciate in una fitta rete di sensazioni.
Sentimenti velati da un dolce mistero
che si volge goffamente verso cieli sconosciuti d’espressioni.
Lampanti riflessioni di uno spirito ormai vinto
da un futuro sempre più avvolto in un cielo di collisioni.
Dolce ricordo di un mondo impuro.
Visione.
Falso orientamento (A mia madre. 2008)
Nell'ora del tramonto,
quando il vento, soffiando, il mare increspa,
le parole divengono insufficienti,
il rumore perde ogni potere,
diventi più vero ad ogni istante,
allontanando fantasmi,
escludendo presenze,
vanificando errori.
Ed ogni sogno diviene la realtà che è
come l'intensità con cui lo pensi e lo guidi nell'inconscio.
Nel buio sei tu,
solo tu,
in mezzo a tanti soli.
E conta più un solo pensiero di tutta una vita vissuta.
Nel buio perdi il falso orientamento ed acquisti finalmente il tuo.
Quello che ti guida a te,
senza incertezze e giudizi
perché chi sei, lo sei soltanto dentro di te
nel tuo profondo immenso essere in divenire,
nel blu di un'onda prepotente,
nella forza del ciclo della vita.
Rosso fuoco (Al mio amico Andrea, alla sua ricerca della felicità. 2008)
Il fumo sale verso l’alto
qua fuori non si muove una foglia.
Sono solo davanti a lui
sulla pelle mille bocche incandescenti.
Sono molto distante dai sogni che credevo
da quello che immaginavo
distante, davanti a lui
immenso, innocuo
socchiudo gli occhi, poi scappo di qua
per riconciliarmi con me stesso
scappo da questa sensazione
da cui tornerò domani e dopo.
Questo è per te (Per alleviare le pene di chi si è mai sentito così. 2006)
Guardo dentro una piccola pozzanghera
sotto la pioggia insistente e vedo te,
il tuo sorriso, il mio passato.
Guardo nella vetrina,
attratta dai colori e dalle luci
e nelle luci vedo i tuoi occhi,
le mie risate.
E nel mio cuore vedo te,
le tue parole scritte su ogni battito.
Chiudo gli occhi e sei qui.
Così vicino da poterti descrivere riflesso nel mondo fuori di me.
Perché sei in tutte le cose,
in tutti i gesti, nei rumori, nei sorrisi
e nelle lacrime del mondo.
Questo è per te.
Per quello che sei.
Per non dimenticare e per regalarti al mondo,
a chi non ti conosce.
Ultimo respiro (1989)
Luce riflessa su una lastra di ghiaccio
il vento soffia via la vita dalle tue mani
come la sabbia che scivola via
è così semplice che può spaventare.
Adesso o domani, cosa cambia?
È così facile che solo per questo dovrebbe essere,
ma non si può decidere, non c’è scelta per questo.
Il tempo ha creato il primo respiro
e solo lui può decidere l’ultimo.
Quando scoccherà l’ora, con l’ultimo alito di vita, capirai
se non sei mai esistito o se vivrai in eterno.
Destino (1989)
La luce del cristallo riflette in te il sapore della vita,
il vento getta sulle tue mani un soffio.
Ti senti stringere, sono i miei artigli
ti sto prendendo l’anima, ti sto chiudendo nel vuoto
sfiorami nel fumo che ti soffoca, puoi sentirmi gridare dentro di te
sono riflessa nei tuoi occhi.
Sono il tuo destino, non affaticarti, non ribellarti,
verrai con me comunque.
Sono più del pensiero, più del tempo,
sono il futuro del tuo passato, ti sto guardando,
sono nel suono martellante dei tuoi errori,
lasciati andare, so che stai soffrendo,
stai sprofondando dentro di me, sento il sapore del tuo pianto,
non ricordare, tutto è svanito, guarda i miei occhi su di te
sto respirando il tuo ultimo alito di vita, il tuo corpo è avvolto nel gelo
adesso cammineremo vicini in un nuovo mondo.
Ti ho scelto fra mille
perché fra loro tu eri il più debole.
Il Laboratorio del Tempo
Ad Augusto, esempio alchemico di cuore e saggezza. 2007.
Qui non si è né vecchi né giovani, non esistono scadenze, interferenze o decisioni prese in fretta.
Qui si aggiusta il tempo, lo si dilata o restringe secondo le necessità. Si regalano minuti, allargano ore troppo strette, prese in fretta ai grandi magazzini. Si accorciano giorni troppo lunghi, contano date importanti ed etichettano attimi eterni.
Questo è il laboratorio del tempo. Vi farò dare una sbirciatina per narrarvi come vivo gli ingranaggi di una passione.
Tic, tac, tic … tac.
Daytona, pulsanti a vite, automatico, quadrante bianco, meccanismo apparentemente guasto … dovrò aprirti!
Appassionarsi agli orologi così tanto da dedicargli quasi tutto il tempo libero può sembrare isolarsi dal mondo ed in effetti un po’ si finisce per isolarsi.
Ma cos’è la passione? E’ una forza che sconfigge la stanchezza e dilata il tempo. Un po’ come essere innamorati. E perché un sentimento verso un oggetto dovrebbe essere meno nobile?! Rende nobili l’essere capaci di provare trasporto per un piccolo oggetto che nelle sue attuali fattezze, non in quelle originali di costruzione, ci racconta vite di persone, famiglie, ricordi. Provare rispetto per la storia, la conoscenza che racchiude dietro il vetro.
Gli orologi si regalano, si indossano, parlano per noi, ci svegliano, scandiscono il tempo, ci ricordano scadenze, anniversari. Conoscono nascondigli, vivono per lunghi periodi in cassetti, dimenticati. Ritornano attuali e piacevoli, possono avere un valore economico o affettivo, possono rivelare un carattere sportivo oppure un gusto classico. Sono un inno al tempo e per questo mi appassionano perché, quando ‘rubano’ il mio, riescono a restituirmelo intatto con ricordi passati o incontri inaspettati.
Vivono nel mio laboratorio, in un silenzio tipico … da laboratorio appunto. Per curarli serve concentrazione, accuratezza e nessuna fretta. Lì non ci sono i rumori del traffico cittadino, né urla, niente di ciò che non serve ad un uomo quando si concentra su se stesso. Quello è il mio angolo.
Ognuno di noi dovrebbe avere un angolo solo suo. Non un angolo da pubblicizzare ma di cui andare fieri, da tenere un pochino riservato, per dargli l’importanza che merita con lo stesso rispetto che destiniamo a idee e sogni.
Il mio laboratorio è costruito attorno alla sua funzione e, ovviamente, alle funzioni degli oggetti che contiene. Ogni cosa ha un suo posto ed è raggiungibile secondo un criterio ben preciso. Anche l’ordine è su misura per le cose che contiene, non su misura per come intendiamo comunemente l’ordine. Non è un ordine di ‘facciata’ bensì un ordine che richiama la calma e la precisione. Del resto la coreografia è importante quanto lo spettacolo.
E così, come un bravo attore, indosso qui l’abito bianco da orologiaio e sento i rintocchi nel sangue, assumendone magicamente il ritmo.
La calma e la precisione con la quale si eseguono ed eseguono di nuovo alcune operazioni fino a raggiungere la perfezione è qualcosa che mi fa apprezzare la vita nei suoi momenti, nei dettagli, quanto nella visione d’insieme, in egual misura. Quanta fatica per arrivare ad apprezzare questa pace. Mattine passate nei laboratori in prestito ad aguzzare la vista per eseguire le operazioni secondo la sequenza e la precisione che mi veniva insegnata ed io a frenare l’impazienza per fare tesoro di ogni parola. Oliare un ingranaggio richiede tempo e fermezza. Si cerca di non sbagliare, altrimenti si ripete l’operazione finché le gocce non si guardano tutte dalla stessa distanza.
Anche la vita si impara con il contagocce. Un giorno capisci una piccola cosa, un altro ancora una e così via. Sorrido quando vedo la testardaggine di chi non sa cosa ricorderà o meno di quello che sta vivendo. Le cose importanti sono piccole gocce da posizionare correttamente perché tutto alla fine funzioni. La precisione ed il ritmo adesso sono il motivo di questa passione perché il traguardo non è arrivare al risultato ma tutto il percorso. Dall’ingresso nel laboratorio al ticchettio finale. Il percorso ha il mio ritmo e loro tornano alla luce nella passione, con il tempo che ci vuole.
Del resto, come si può mettere fretta al tempo!
All’inizio ero impaziente di imparare, di sapere. Volevo farmi una mia opinione, sapere tutto e scegliere una strada fra le tante. C’è un momento in cui si passa dalla certezza che arriveremo a saperne molto, allo spalancarsi su un mondo di informazioni tecniche che richiede un necessario restringersi del campo. In quel momento la passione ci guida verso qualcosa ed eccomi qua, ormeggiato sull’isola degli orologi da polso, senza dimenticare il primo amore. Le passioni da una diventano molte, si moltiplicano, incontrano e separano, alla fine diventano una cosa sola con sfumature impercettibili. Un po’ come noi.
La curiosità è uno dei motori della passione. E’ allegra, briosa e mi strappa da ogni tecnicismo. Ha la velocità dell’intuizione. Arriva fulminea e riesce a trascinarmi per mercatini, mi immerge fra le bancarelle a cercare qualcosa senza dirmi che cosa. Qualcosa che sia molto difficile da riportare alla vita o parti da riutilizzare. Un pezzo unico e stranamente ignorato. Un pezzo raro. Ed è lei che stuzzica la memoria perché riesca a ricordare tutti i pezzi, uno per uno, insieme a tutta la loro storia, prima e dopo l’ingresso nel laboratorio. Curvo sul banco di lavoro con la luce e la lente che mi accompagnano inizio ad aprire questo automatico.
Gli orologi sono dei chiacchieroni, ti raccontano di tutto, da come vengono scelti, portati, mostrati curati, riposti, alle abitudini e i gusti dei loro padroni. Si capiscono un sacco di cose delle persone osservando attentamente gli orologi che portano. La parte esterna, i cinturini, eventuali abrasioni, ci parlano. Una persona rischia di trattare se stessa come tratta il suo orologio. Chi con disattenzione, precisione oppure superficialità, chi con amore. C’è chi maltratta gli orologi perché non li capisce. Chi è frettoloso abbastanza da essere poco attento alle cose importanti con una grande voglia di apparire o paura di essere ignorato. C’è chi passa la vita ad osservare troppo se stesso per lasciare qualcosa agli altri. Alcuni orologi vengono acquistati insieme da lui e lei, spesso per una ricorrenza importante. Certe persone passano la vita insieme, scandendo gli anni con le stesse lancette. Nello scintillio delle cromature, fra il fascino delle linee, nella perfezione dei meccanismi, questa passione unisce passato e presente, lega l’oggi alla storia.
Aprire un orologio che racchiude in sé esperienza, tecnologia, innovazione, bellezza, sportività è come aprire i cancelli di storia, idee e limiti contemporaneamente.
Quando mi guardo indietro vedo una strada che sparisce all’orizzonte. Amo la vita, l’ho vissuta in tutti i suoi momenti, l’ho strapazzata, mai fermo e non tornerei indietro. I miei ricordi sono preziosi, li conservo intatti tutti quelli che posso e li regalo lasciandoli scivolare dalle labbra, intrappolandoli in qualche discorso perché passino da me a qualcun altro, perché raccontino storie nella e dalla mente di altre persone, perché non vadano perduti. Li lascio andare, così, senza conservarne la paternità, lascio che si perdano e raccontino, insegnino, generino dubbi, cambi di direzione o anche solo la voglia di provare. I ricordi si trasformano, si adattano alla nuova persona, al suo stile. Come me quando riparo un orologio, prima di richiuderlo, lascio dentro, come per sbadataggine, la mia passione, il tempo passato qui con il camice bianco, l’orgoglio, la curiosità, i momenti di stanchezza, di ostinazione, di ricerca. Ci si osserva lavorare e si affrontano la proprie capacità, i propri limiti. Si sfidano pazienza, entusiasmo, lo stare al gioco, il mettersi in discussione, il cercare senza trovare. Si fa rivivere qualcosa che altrimenti sarebbe stato dimenticato, sotto la polvere, come una cianfrusaglia qualunque.
I miei orologi scandiscono il mio tempo, lo dilatano, stirano, abbracciano o insabbiano a loro piacimento. Rivelano vite e comportamenti. Mi raccontano storie. Il tempo intanto scorre con loro, veloce o lento e mi permette di pensare in questo posto dove passato e presente sono la stessa cosa. Qui sul banco di lavoro, dal mio sgabello, posso fermare i ricordi in fotogrammi e riviverli o dimenticarli. Rimpastare il passato e giocarci sorridendo.
Sto lì concentrato, piegato su un quadrante e lo osservo nello scintillio che proietta così come osservavo l’acqua, con la stessa attenzione di quando sentivo il rumore forte e gli schizzi che annunciavano la discesa, lo stacco, dove si formava una cascata. I rintocchi mi ricordano la paura che provavo ed il cuore in gola, e sorrido perché i ricordi sono come un vecchio amico, accompagnano tutta la vita, stanno dietro l’angolo, consolano e fanno compagnia. Bisogna curarla la nostra vita perché non ci siano ricordi angosciosi, perché si trasformino con noi in qualcosa che può avere i rintocchi di un vecchio orologio a pendolo. Là dove l’acqua si intrappolava nella rottura del muretto acquistava più forza e quel salto artificiale scendeva uniforme mentre in basso impazziva in un vortice capace di trascinare, strappare via. Tutta la nostra grandezza, l’intelligenza, lo spirito non servono a niente. La natura ci fa credere, come una madre tenera, di essere invincibili ma arriva un momento in cui un uomo sa chi è e a che cosa appartiene. Preso da un vortice una parte di me mi ha spinto a dare il massimo e il mio massimo è stato uscire da un vortice quasi impossibile. Ho colto l’attimo che mi ha riportato a riva. Non mi sento più forte di prima, percepisco la consapevolezza di una sintonia con la natura che mi ha spinto a trovare il momento esatto. Ancora una volta il tempo.
Questi insegnamenti non lasciano paura o dolore ma un segno indelebile. Si percepisce in una ruga d’espressione un po’ più accentuata o nella profondità dello sguardo, lì si annida la consapevolezza che si acquista e ci invade.
I miei orologi scandiscono il mio tempo, il mio non quello degli altri, ognuno vive il tempo in modo diverso, lo usa e sfrutta in modo diverso ed io sono geloso dei miei orologi perché lo sono del mio vissuto. Una passione è così non si spiega. E’ il motivo per il quale travolto da un’onda ti salvi per miracolo e sei subito pronto a riprovare il salto. E’ il motivo per cui ad un certo punto la paura non fa più parte di te, il rispetto profondo ed una consapevolezza prendono il suo posto.
La vita ci può non far raggiungere un successo visibile ma non frena l’essere profondamente noi perché qualsiasi cosa accada vita e natura non turbano mai gli equilibri dell’essere.
Il mondo riflesso. Viaggio in altre vite. 2006/2008.
Dietro le quinte
La nostra vita è intrisa di una bassa quotidianità e di meschinità che poco hanno a che vedere con la nostra fantasia, ma il foglio bianco e le parole che su di esso fuggono danno a tutte le cattiverie del mondo una patina di eterno che quasi le perdona e talvolta ci diverte, come una buffa caricatura o un buon fumetto.
Sembra anche più romantico, allora, scrivere di queste perdizioni dell’anima che, pur profonde, sfociano in piccoli egoismi.
Questo è un tuffo dentro le storie, dietro le quinte che ci raccontiamo.
Oltre la nostra maschera di opinioni, credenze, sogni e dolori noi nasciamo e moriamo senza mai confessarci.
Ci creiamo copioni, trame, conflitti, attitudini e freni.
Le nostre storie ci rendono più simili di quanto siamo, ma dietro il velo della nostra fantasia che chiamiamo realtà, noi siamo profondamente diversi.
Facce ed espressioni ci raccontano probabili sentimenti, il perderci ed il ritrovarci costante.
Sguardi e gesti semplici ci indicano armonie e disarmonie svelando verità immaginate o probabili, celate o solari, dolori nascosti del mondo che ci neghiamo, della nostra libertà.
Le nostre storie non sono altro dunque che contratti, evoluzioni ed involuzioni più che passato e presente.
Dietro le nostre espressioni di fabbrica cerchiamo la perfezione, dietro i nostri sconforti impieghiamo il tempo a “realizzarci”, dietro le nostre parole vuote cerchiamo comprensione e amore. Nelle nostre paure immergiamo l’egoismo e nella fortuna l’adorazione verso noi stessi.
Queste pagine raccontano facce, espressioni, momenti perché quando qualcuno guardando fuori da una finestra non si sente osservato rivela se stesso.
Metro. Barcellona.
Siamo sempre piuttosto di fretta. Mi chiedo se qualcuno oltre a me ha la sensazione di vivere sempre lo stesso giorno.
Ho letto di un fisico che sostiene l’ipotesi affascinante che la nostra vita sia suddivisa in momenti, come fotogrammi cristallizzati in un “non tempo” a cui noi diamo una continuità assolutamente irreale.
In questo “fotogramma” sono sulla mia solita linea verde, la L3. Stessa fermata. Persone diverse.
In questa città non si incontrano mai le stesse facce. Uno dei motivi per cui mi sono trasferita qui è proprio il non volermi sentire immersa nella stessa gente eppure ho l’impressione che dentro facce diverse ci siano le stesse persone del piccolo paesino dove sono cresciuta. Un paesino nella mia bella Toscana di cui apprezzo dolcezza e semplicità, soprattutto adesso, sballottata su un trenino a guardare volti.
Osservando attentamente mi chiedo cosa potrebbe essere viaggiare all’interno di altre vite. Come una luce attraversare velocissima tutte le menti presenti, sbirciando nei luoghi più nascosti, frugando nei sogni abbandonati o vivi, nell’odio e nell’amore, nei pensieri più lievi ed in quelli più usurati.
Dal pensiero istantaneo, voluto oppure involontario, ad uno sguardo e sorriso inaspettati, dal profumo insolito a quello profondo ed impegnativo.
Che avventura sarebbe viaggiare nelle storie! Così quando sono qui, a dieci minuti dalla fermata… immagino. Guardo le persone e le attraverso come posso. Osservando si scopre che non è così impossibile, che l’avventura è qui: in un posto qualunque, con persone qualunque, in mezzo ad una routine tanto odiata quanto straordinaria.
Immaginare i pensieri delle persone è più facile che interpretare le loro storie. La punteggiatura dei loro racconti possono essere bugie o negoziazioni. Lo sguardo, il pensiero appena visibile sono invece autentici e colmi di spumeggiante vita vera, come spugne assorbono il vissuto e lo rilasciano in una ruga appena accennata o in un sorriso a metà.
Le persone tendono a raccontare la loro storia come fossero spettatori inermi. Come se le cose accadessero loro nella stradina a fianco, sul marciapiede vicino, nella porta accanto. Una vita di vicinati: vicino al loro destino, vicino a fare la scelta giusta, vicino a far di se stessi quello che desiderano. Subiscono gli eventi, confessano il loro dolore ricostruendosi e cercando di crederci. Raccontano i “fatti” attirando l’attenzione su coreografie e colori che possano discolpare. Inseriscono personaggi inverosimili, folletti della malasorte che si annidano negli angoli delle case per spaventare. Ripetono la stessa storia ogni volta aggiungendo un particolare o una pausa di riflessione e silenzio, una mistura che conferisce drammaticità come se in questo modo l’assoluzione fosse più vicina, o più meritata.
Alla fine di ogni racconto ne escono spossati. Distrutti ma felici. Non raccontano neanche più, si ascoltano nella loro assolutezza. Al termine della conversazione tornano nelle loro case e nelle loro vite sorridenti per poi spegnersi nel grigiore e nella banalità, nello sforzo di silenzi notturni. E così parlano. Parlano di tutto: di se stessi, di altri, di cose. Per sentirsi più vivi forse. E’ come darsi un pizzicotto. Si sentono più vivi nel rumore.
Io mi sento più viva nel silenzio e nell’osservazione, quindi ascolto osservo e racconto a mia volta frivolezze e diversità dell’essere umano che nella sua infinita grandezza decide se creare o distruggere, vivere o morire, essere o dire di essere, credere o non credere, correre o attendere, esserci o passarsi accanto.
Guardo fuori dal finestrino, vedo i cartelloni pubblicitari scorrere sempre più velocemente fino a diventare macchie di colore. Poi si torna all’immobilismo di chi aspetta di arrivare in un posto. Siamo quello che siamo, che vogliamo essere o quello che qualcuno ha deciso per noi? Cambiare a volte è coraggio, a volte un atto di codardia. E’ proprio vero che ognuno ha il suo viaggio, la sua fermata e niente di quello che facciamo, azione pura e semplice, ci accomuna. Quello che siamo è un flusso. Come guardare dal finestrino: a volte lento, si arresta, riparte ed è così veloce che ci sembra di non cogliere tutto lungo il percorso.
La mente si posa adesso su una frase rubata a “Polar Express” sul significato dei treni: “l’importante non è dove vanno, ma prenderli”.
Questo è il mio viaggio. Qui osservo e provo a descrivere le vite che ci passano silenziosamente accanto, con la stessa delicatezza che meritano, permettendo al cuore di immaginare il resto.
Una mattina qualunque
La cosa più dolce è sentirsi stretti dentro una persona, sentirsi capiti in un caldo abbraccio, addormentarsi nei sogni e risvegliarsi con la luce del mattino che entra in camera senza permesso e ci sveglia senza far rumore, così, in punta di piedi.
Come un cucciolo viene ad annusarti il viso e piano piano ti fa capire che una giornata sta per iniziare e non si può proprio fare tardi. Una doccia calda mentre fuori piove.
Il camino acceso e le urla dei bambini che hanno tanta energia e voglia di vivere da poterne dare anche un pochina in giro. Il profumo del caffè mentre ci mettiamo i nostri cappotti disegnati e cuciti per noi da qualcun’altro che si sta svegliando in una città diversa ma con lo stesso aroma.
Uscire, aprire la macchina, il rumore del ghiaccio che non vuole mollare la presa delle guarnizioni. Mettere in moto ed aspettare con impazienza che l’abitacolo si scaldi. Fregarsi le mani perché non diventino pezzi di ghiaccio anche loro e si incollino al volante. Cercare di far manovra nel sonno con la voglia di tornare sotto le coperte, al calduccio, nel silenzio. Arrivare a lavoro. Parcheggiare.
Vedere le facce assonnate delle persone che con forza cercano di far vibrare le corde vocali come fossero le 4 del pomeriggio. Questo arrampicarsi verso le postazioni, gli automatismi. Tutto questo è dolce perché ci fa sentire al caldo, anche se non nel nostro lettino.
Noi ci sentiamo al caldo nelle nostre affezionate scrivanie grigie, nell’immobilismo dei nostri ruoli, nell’eclissarsi diurno dei nostri sogni. Ci sentiamo al caldo, nei nostri lamenti quotidiani, nella confusione della nostra vita, in tutte le cose che vorremmo non fossero così ma che continuiamo a fare sempre nello stesso modo.
Con le nostre borsette colorate e i fermacravatta posizionati. Ci sentiamo non capiti nel nostro non voler far capire chi siamo. La libertà è una prigione che non vogliamo.
Nella nostra quotidianità noi siamo costretti a vivere cose che non ci piacciono ma abbiamo la certezza che sarà sempre così. Quando qualcuno infrange i patti. Quando qualcuno ci lascia da soli distruggendo la nostra routine che immancabilmente odiamo e diciamo di odiare, noi ci perdiamo. Restiamo affacciati alla nostra vita e la guardiamo cambiare dopo anni di noia e non ci piace.
Ricostruire non ci fa venir voglia di alzarci presto, ci alziamo presto per fuggire, per sfuggire ma non per ricominciare. Ricominciare, mettersi in gioco ci fa sentire fuori posto. Perduti, senza bussola in un mondo che per una volta si muove senza di noi, in un traffico che non sembra più lo stesso. Il tempo non scorre più, è lento. I nostri pensieri non sono più gli stessi, ci commuoviamo nel vedere che niente intorno cambia se la nostra vita non è più la stessa. Ci intristisce il nostro non poter far niente per tornare indietro.
Agganciamo qualche ricordo, lo modifichiamo per dare un motivo a tutto questo e non lo troviamo. Creiamo un motivo, ci sentiamo vittime e vogliamo tornare indietro, almeno di un giorno, per non esserci quando è accaduto. Per non essere lì e non farlo accadere.
Per recuperare il nostro tormento perché quello nuovo ci spaventa, non lo conosciamo, non sappiamo farlo nostro, non sappiamo gestirlo, ci viene incontro come uno sconosciuto e ci parla come un vecchio amico. Non lo vogliamo. Lo ignoriamo mentre lui continua imperterrito a parlarci di una vita che non è la nostra, che vediamo dalla finestra. Si infiltra nella mente e ci parla di cose che non capiamo, a cui non siamo abituati.
La stanchezza, la noia sono svanite, le cerchiamo negli oggetti, in una nuova routine. Faticosamente, per ricostruire, noi ricostruiamo il copione che conosciamo bene. Per sicurezza, per non trovarci impreparati quando la luce del mattino viene a svegliarci sotto una coperta di un colore diverso, fra le lenzuola con altri profumi, fra pareti diverse, dentro rumori diversi. Cerchiamo di ricreare la stessa cosa con elementi simili per sentirci dove ci siamo sempre sentiti male.
Nel nostro dolore quotidiano noi siamo al caldo, ci mettiamo il cappotto ed usciamo dopo un buon caffè … lo stesso di tutti i giorni.
La mia vita in centimetri. A Fabio.
“Vivo un centimetro alla volta” disse.
“Senza grandi svolte. Nessun accadimento eclatante o repentino. Tutto accade poco alla volta, in una calma imbarazzante”.
Gli occhi scuri su un aspetto piacevole e dolce. I capelli piano a disturbare di tanto in tanto la fronte. Sempre sorridente. Senza pretese. Si muoveva nella vita con determinazione e saggezza. Si intrufolava lentamente nel quotidiano cogliendo ogni dono con la saggezza di un vecchio e l’entusiasmo di un bambino.
Dietro una vita normalissima si nasconde spesso una storia che andrebbe raccontata.
Alcune persone nascondono gelosamente i loro preziosi tesori, le menti spaziose, le ariosità di una spiritualità crescente.
Perché?
Perché le cose preziose vanno protette e cullate, rivelate solo in alcuni momenti perché vengano alla luce splendidamente, senza rumori di fondo, così da farsi apprezzare e odorare intensamente, per farsi osservare, non soltanto vedere.
Affascinato dai luoghi, vuoti, desolati, solitari si aggirava furtivamente in un bosco non lontano dalla sua generosa quotidianità.
Come un fantasma andava a cercarsi in questo luogo portandosi ogni volta un sogno o un pensiero diverso, quello e solo quello, la compagnia di un pensiero, un solo pensiero rende l’uomo capace di scorgere con altri occhi lo stesso posto.
Stesso percorso, una stradina in mezzo al bosco, il rumore dell’aria fresca sulle foglie, una salita abbastanza lunga da permettere distrazioni.
Là dove si apriva uno spiazzo la luce filtrava dagli alberi che, gentili, l’accompagnavano fino ad un giardino naturale. Quel posto era il suo angolo di paradiso. Uno di quei posti che porti dentro per tutta la vita e a cui puoi sempre pensare nei momenti che ti passano accanto.
Qui guardava il suo pensiero come dentro un ampolla di vetro. Lo girava e rigirava in ogni angolazione per poi riporlo ed ascoltare il silenzio.
Ci sono tanti tipi di silenzio. Il silenzio della solitudine che stringe il cuore e apre le porte alla sensazione di abbandono. Il silenzio della tranquillità, con un sottofondo musicale, quello che esclude soltanto le voci ed i rumori e lascia il suono scelto a farci compagnia. Il silenzio di un incontro, quel momento che dispiace un po’ fermare rompendolo con le parole. Il silenzio dei pensieri. Il silenzio della vista quando si possono gustare i colori senza parole. Il silenzio del mare al tramonto, dove la natura ti rilassa la mente e invade le orecchie con il solo scivolare delle onde. C’è un silenzio notturno dove si percepisce la grandezza di ciò che non conosciamo, una percezione troppo grande per essere descritta, troppo breve per fermarla. Il silenzio delle preoccupazioni e quello della felicità, delle delusioni e delle emozioni.
Il silenzio non si ferma perché facciamo rumore, non possiamo scacciarlo fino in fondo, possiamo solo ignorarlo.
Ritratto. Alla mia dolcissima insegnante di inglese.
Gli occhi azzurri di lei ricercavano senza pace qualcosa su cui soffermarsi che valesse la pena osservare.
Le mani danzavano disegnando paesaggi e persone, il sorriso frenato ma intenso lasciava appena trapelare l’irrequietezza. Il viso etereo le rendeva di una bellezza perfetta, i capelli scivolavano sulle spalle in una compostezza obbligata.
Talvolta serrava le labbra confessando l’esistenza di piccoli segreti. Il collo si allungava fragilmente, la pelle bianchissima, la voce indecisa ma carica di speranza sussurrava appena un’esistenza inadeguata. I gesti erano armoniosi ma senza slanci, sulla riva delle parole si aprivano spazi immensi.
La bocca le si incurvava spesso in simpatiche smorfie. Si sfiorava i capelli come per accertarsi della loro consistenza. Uno sguardo al di là del vetro, un velo di incredulità sul volto. La mano si spostava ora a sorreggere la testa per ignorare il particolare. Un sorriso subito soffocato dall’altra mano, la penna improvvisamente sul tavolo. Gli occhi rimasero stesi sul riso provocato e si inumidirono per lo sforzo.
D’un tratto affiorò la tristezza per il rimorso della spontaneità. Fissò un punto indefinito per un momento interminabile persa in chissà quale pensiero per tornare a recitare la sua storia un momento dopo. Ritornò dritta sulle spalle acquistando chiarezza e decisione. Le sopracciglia dritte e concentrate, la bocca semiaperta, le mani stese sul tavolo.
Palcoscenico. A Michele, a chi è e a chi non sa ancora di essere.
Il teatro è vuoto.
Lo attraverso nel silenzio, in penombra, osservando drappeggi di velluto rosso.
Qui posso essere chi voglio, cambiare pelle all’infinito. Improvvisarmi eroe o vile, vittima o carnefice. Nessuno può giudicarmi né toccarmi, solo osservarmi e nell’osservazione faccio vivere emozioni.
Qui mi sento ai limiti, lontano dal ruolo stretto di una sola vita.
Il mio è un alternarsi: finisce uno spettacolo e ne inizia sempre uno nuovo.
Altalena fra finzione e realtà e non saprei dire quale delle due sia più reale.
Su questo pavimento scuro soffro, amo, piango e rido veramente.
Se sia più vera una lacrima davanti a tanti occhi o la paura, l’emozione più forte, provata in solitudine non saprei dire.
Il teatro è anche una seconda possibilità. Il sipario si chiude ma si può ricominciare, si fanno prove, si cerca di sentire di più, non di essere credibili ma di vivere qualcosa o qualcuno.
E io vivo. Qui vivo. Così vivo e qui lascio la mia anima a fine spettacolo. E’ un posto sicuro dove non corre alcun pericolo. E lei aspetta il mio ritorno perché la faccia volteggiare di nuovo, perché la mostri al mondo. Qui posso. Il teatro è un luogo sicuro, protetto da un biglietto all’ingresso.
Qui posso essere io e negare di esserlo mai stato. Vivere e negare di aver vissuto. Scoprire quello che sono e negare di essere mai stato lì. Qui, protetto da un biglietto pagato all’ingresso, posso cominciare vite sempre nuove o la mia in tutte le facce che posso; rivelare pazzia e sfrenatezza, dolcezza o aggressività, liberare tutto ciò di cui posso essere orgoglioso o vergognarmi.
Perché non è mai accaduto. Sono solo un attore.
Lo spettacolo è finito. Le persone se ne vanno in un brusio tipico, indossano i soprabiti e commentando si avviano all’uscita. Provo un senso di vuoto, so che nessuno mi guarderà più con gli stessi occhi fino alla prossima apertura di sipario: un pesante tendone che si apre e chiude su racconti e vite, che fa sorgere lacrime e critiche, risa e perplessità. Alla fine di ogni spettacolo mi sento plastificato, avvolto ed immobilizzato, senza respiro, in apnea in attesa del prossimo che mi trascini sul palco a vivere come voglio, sotto una nuova pelle, con pensieri ed avventure che non immagino, inchiodato a quel pavimento che mi fa essere di più. C’è, è tangibile una linea immaginaria che separa chi vive da chi guarda: e voi guardate e giudicate me ed io regalo a voi tutto quello che sono perché mastichiate quello che con fatica ho preparato. E’ un microcosmo perfetto, con regole precise ed un copione da seguire eppure qui mi sento più libero. Qui schiavitù e libertà alternano le loro essenze, oppure la vita mi confonde più che rivelare.
Preparo, provo e regalo destini tracciati e la possibilità di scegliere, cosa che non faccio come vorrei, e qui tutti vinciamo e viviamo in eterno.
Non c’è la linea del tempo: un giorno siamo giovani l’altro vecchi, l’altro ricchi l’altro mascalzoni, non esistono destini eterni e le nostre scelte valgono una sera o al massimo una tournée.
Nella vita reale niente ci separa, sono in mezzo a voi, dentro le stesse paure ed incertezze, con amori parole e risa, senza gravità senza nulla che mi inchiodi a quel pavimento di cui sento il vuoto, che mi manca per quello che mi fa essere, perché traccia una linea e voi guardate me ed io voi, e voi giudicate me ed io diverto voi.
Guardo la galleria dove era seduta una persona speciale. A lei vanno tutti gli applausi ricevuti, la fatica delle prove a sera tardi, le risa, gli errori e la fantasia che mi prendeva quando mi ispirava come una musa. Con il suo sorriso mi allontanava da me e mi faceva volare lontano, mi sentivo leggero e libero da me stesso. Guardavo lei, i suoi occhi scuri e profondi, il sorriso avvolgente, la sua calma. Dentro la sua camera, nella sua vita mi sentivo stretto, abbracciato forte. Sdraiato sui cuscini colorati di fronte ad una vetrata con la luce accecante sugli occhi vedevo appena la forma del suo corpo che attraversava la stanza, aggrappata ad un bicchiere di vino rosso, si sedeva al pianoforte e le mani affusolate cominciavano a scorrere sui tasti, una dolce musica ed il suo canto mi rilassavano.
Quanto mi mancano quei momenti, quella pace, la serenità del suo sorriso sempre acceso, sempre presente, la mia isola in cui potevo scappare, rifugiarmi ogni volta che volevo.
Sfioro il palco, solo, senza rumori.
La vita è forse proprio questo: un soffice alternarsi di rumori e silenzi, niente di più credo.
Dipinto. Parole in volo.
Guardo fuori dalla finestra, attraverso i vetri sporchi di sempre. C’è un vento forte, l’albero di fronte si piega su se stesso per poi tornare alla posizione originaria e poi giù ancora. Lo osservo. Anch’io mi sento così: in un'incessante altalena tra movimento e stasi. Esco da qui: dal grigiore di scrivanie sempre uguali, lontana da persone con fermacravatta posizionati e frasi monocromatiche, lontano dal vibrare di corde vocali sull’onda di una mancata convinzione. Scappo con l’espressione impegnata ma il cuore libero per sganciarmi dalle regole e trovare un posto dove coccolarmi. Le stradine strette e lastricate del centro, percorrendole, mi raccontano storie attuali ed antichissime. Passeggio senza meta, guardando in alto scorci di cielo azzurro. Osservo l’ingresso del museo che ha ospitato tanti Grandi e a cui adesso chiedo umilmente di ospitare me, per aggirarmi nelle sue stanze silenziose, nella penombra delle incertezze che dà. In questo luogo magico, lontano dalla quotidianità, attraverso noncurante l’arte nella sintesi dell’essere, senza un percorso prestabilito e sprofondo dentro di me: nelle mie debolezze, nelle convinzioni. Sento forte la leggerezza dei pensieri come l’inconsistenza delle cose che faccio, in cui credo. Non mi riconosco e resto sospesa, in attesa che accada qualcosa che cancelli questa sensazione e mi faccia evadere. Niente mi colpisce abbastanza, nulla muove veramente nessuna parte di me. Mi allontano. Questo luogo mi ha attratto con chissà quale maleficio come dovesse rivelarmi un mistero lasciandomi adesso l’amaro in bocca, come una promessa non mantenuta, come un cibo gustoso alla vista che non mi ha sfamato come mi aspettavo. Chiudo gli occhi per evitare la percezione di qualunque luce, lasciando libera la sensazione di sentirmi osservata e ascolto. Volto la testa senza pensare, apro gli occhi senza timore, con una certezza che non pensavo di avere. Mi osserva come faccio io. Curvo su se stesso, mani sulle tempie occhi puntati su di me, avvolto nella penombra come me, dentro pensieri che entrambi non vogliamo. Una sensazione veloce mi plana dentro accompagnata da un brivido freddo, la sento scorrere nelle vene, implacabile e lenta mi avvolge. Conosco il mio destino, l’ho sempre saputo ed ora eccolo affiorare negli occhi languidi di un dipinto. I dipinti sono così, fatti apposta per farci capire cose che sappiamo e non sappiamo di sapere. Opere eterne che ci raccontano chi siamo, nella penombra e nel silenzio più innocenti, in un giorno qualunque, in una città come tante.
Un uomo
Occhi sospettosi, freddi ed indagatori sopra un naso forte e preciso ed una bocca che di tanto in tanto faceva scorgere un sorriso obliquo pronto a trasformarsi in una risata spumeggiante.
Alto, capelli neri, si distingueva per la sua composta eleganza. Una curiosa fossetta si affacciava di quando in quando sulla guancia destra.
Soffriva di esibizionismo moderato dalla sua figura che sembrava imporre un’essenza immutabile in un mondo di mutanti.
Si scolpiva addosso abiti decisi, pronto a riflettere il suo io come in uno specchio, dandosi così in pasto al pubblico.
Si metteva in discussione solo per stretta necessità, mai sotto il soffio di nuove tendenze o ideologie non accuratamente ragionate.
Nonostante l’apparenza voluta, elemosinava con lo sguardo una dolcezza che, compiacendolo, copriva piccole crudeltà.
Raffinato nei modi sembrava quasi detentore di antica saggezza. Un incredibile attaccante, deciso a far tacere affermazioni, a suo avviso, di poco conto e sommergere in sabbie mobili parole poco intelligenti.
Parlava poco di sé, volutamente evasivo e sfuggente a domande troppo insistenti, svicolava fra le parole con aria sobria e appena seccata.
La sua dialettica, sottolineata dalla voce bassa e suadente, ripiegava non curante sui difetti altrui con naturalezza ingannatrice. Un’arma, la sua, affilata ed alla ricerca costante di paure e scheletri, un po’ per gioco, un po’ per sfidare se stesso.
La falsa, ingenua semplicità si muoveva lentamente fra le pieghe dei disegni altrui.
Sotto gli occhi vellutati e neri un crescente interesse per la gente.
Divulgava informazioni volutamente imprecise per insediarsi poi nelle interpretazioni.
Attento lusingatore, mai troppo coinvolto nelle discussioni, si staccava di quando in quando appoggiandosi ai suoi pensieri. Una calma instancabile lo accompagnava circondando ogni suo gesto cauto e controllato.
Talvolta la fermezza delle espressioni e la voracità dello umor facevano capitolare l’interlocutore.
Sentenziava spesso, senza però sprecare troppe parole quasi gli togliessero energia vitale. Sfuggente a chi troppo si avvicinava e spinoso per la propria coscienza. Il suo fare impeccabile lo rendeva inattaccabile ma la consapevolezza di ciò a volte lo tradiva facendo scendere la sua maschera e annegandola nella banalità.
Come Giano aveva una faccia rivolta al futuro ed una al passato, il suo cammino curvava in mezzo alle due per perfezionare ambiziosamente ogni particolare.
Il ruolo
Uno sguardo mai fermo, un cuore sempre in cerca di promesse diverse, il corpo teso a fiutare nuove emozioni. Gli occhi presi da una figura, fissi su di lei come fosse un quadro da osservare a lungo, da capire. Affascinato da qualcosa di incerto si avvicina con una composta eleganza. Si sfiora i capelli per rendere l’apparenza più gustosa e forse più affidabile. La bocca accenna un sorriso compiaciuto.
Le sopracciglia dritte e ben disegnate rafforzavano lo sguardo. Dava l’impressione di celare chissà quali misteri che negava con grasse risate. La voce profonda intaccava l’etere con forza prorompente.
Gli occhi tradiscono una curiosità vivace, la stessa luce dei bambini di fronte al loro regalo da scartare. Un’esistenza impercettibile legata a schemi che a volte fugge trasformandosi in uno specchio per riflettere l’immagine di lei.
Nella sua maledizione sfugge il certo per l’incerto, nella sua follia raggiunge sensazioni che non sa spiegare.
Un sorriso vivo in un mondo di facce. Perché vive per il palcoscenico all’interno di esso muove le sue spine e le sue gioie come in un gioco infinito lui si avvolge dentro i pensieri, sentimenti, lacrime e sorrisi della gente, si rilette nei volti curiosi e nelle parole crudeli per essere sempre di più per viaggiare in altre vite, per non essere solo se stesso. Un viaggiatore senza meta, un pirata senza ciurma.
Crogiolandosi poi fra pantofole e focolare domestico ripiegava pensieri e ricordi sulle spalle che si incurvavano appesantite dalla stanchezza del vivere quotidiano e dalle numerose scelte, si accasciava così su se stesso per resistere alle intemperie. Mani sulle tempie e gomiti appoggiati alle ginocchia, seduto su un copriletto blu meditava la sua vita prima di tornare sulla strada a vivere ed interpretare il suo ruolo.
Volto
Non trovate che dentro le parole ci siano dei veri e propri mondi sconosciuti? Provate a pensare a questa piccola, innocua parola: volto. Cosa vi viene in mente?
Forse il volto della persona che avete vicina al cuore oppure quella che vedete alzando appena gli occhi sopra le pagine, toccandole con il naso, odorandole ed osservando. Cosa sarebbe accaduto se non aveste incontrato quel volto? Magari è quello di vostra madre: il primo volto della vostra vita, quello che avete amato per primo e amate da sempre. Oppure del compagno: il volto che avete scelto per la vita. Il volto di lei: prima sconosciuta ed ora parte di voi. Il volto di vostro padre che vi ha insegnato, educato, perdonato, capito. Il volto della vostra migliore amica: lei sa tutto dei vostri sguardi, dei sogni e delle debolezze. Il volto di chi state lasciando o vorreste lasciare: non immagina e non vorreste ferirgli il cuore.
Ma volto può anche indicare il voltarsi da qualche parte. Voltare l’angolo, incontrare il volto che avete sempre sognato. Voltare pagina, cambiare tutto: persone, problemi, coreografia.
Forse un sogno è proprio questo: una parola magica da pronunciare senza fretta, odorando le pagine di un libro, con gli occhi a fare capolino, strizzandoli così forte da inumidirli, pensando intensamente, sorridendo come da piccoli quando qualcuno ci diceva “esprimi un desiderio, vedrai che si avvera”. Si avverava … si … perché qualcuno costruiva per noi quell’aquilone a cui avevamo tanto pensato ad occhi chiusi.
Mi chiedo: l’amore che ci porta a regalare senza dire di aver regalato, rende veramente il sogno meno reale?
Strade
Con la convinzione che prima o poi qualcuno si sarebbe accorto di lui, viveva un’esistenza normale cercando di camuffarla con slanci si pazzia quotidiana. Vestiva abiti di una trascuratezza ricercata. Le linee del viso decise cozzavano con una soffocata dolcezza. Gli occhi scintillavano coperti a tratti lentamente dalle palpebre che si chiudevano su di loro creando delle pause eterne e brevissime in cui raccoglieva le idee. Le sopracciglia dritte e ben disegnate ne rafforzavano lo sguardo. Dava l’impressione di celare chissà quali misteri che negava con grasse risa. La voce profonda intaccava l’etere con forza prorompente.
Terminata la conversazione sparì dietro un vetro. Si accomodò sopra una sedia di legno chiaro, le mani fra i capelli, scuro in volto come assalito da un tormento improvviso, gli occhi socchiusi su un pensiero fisso. Nella mente annegavano idee in una tempestosa confusione. Scegliere una strada fra miliardi di strade tutte uguali, scegliere una condizione, una storia fra le possibili. Gli occhi si spalancarono inorriditi, con un’espressione di sdegno si alzò di scatto e si volse velocemente verso l’uscita.
Travolto dal rumore rallentò il passo, abbassò lo sguardo come per non vedere, per non essere distratto dal mondo. Ogni passo gli sembrava più rumoroso del precedente fino a coprire tutti i rumori di quella città impazzita.
Ogni momento lo avvicinava ed allontanava da casa. Improvvisamente tutto gli fu chiaro. Fece i bagagli e partì in fretta. Si avventurò nel mondo convinto di poter essere scoperto prima dagli altri che da se stesso. Il viso si distese in un’espressione quasi felice. Il viaggio terminò in una cittadina di provincia in una strada di periferia. Osservando la strada e gli alti palazzi che la delimitavano, i colori grigi e la vita frenetica che ne faceva parte rimase colpito. Le sopracciglia si incresparono sul volto nell’osservazione che maturava sempre più la somiglianza al punto di partenza da cui era fuggito. Con gli occhi pieni di lacrime si accostò al muro di una delle abitazioni tutte uguali e scivolò fino a sedersi a terra come schiacciato dalla verità. La libertà che credeva nei suoi abiti era una libertà che non percepiva affatto. La sua esistenza pareva un labirinto di strade tutte uguali. Girando su se stesso cercava una via d’uscita, un mezzo che lo allontanasse dalla banalità e dal rumore. Pensò ad una grande scogliera ed alle onde che si infrangono con forza e regolarità, un moto uniforme che affascina nel movimento e nel rumore. Nel moto uniforme della sua vita e delle strade che percorreva non riusciva a cogliere alcunché. Gli occhi adesso indispettiti. Le spalle ricurve gli pesavano adesso tutta la sofferenza del mondo, il suo sorriso si spense osservando l’orizzonte immaginato senza scorgere più né bellezza né pace.
Nessun ripensamento, volò giù dalla scogliera della vita spegnendo i riflettori su una storia come ce ne sono tante, dentro un patto di rinuncia.
Amico mio. A Vittorio.
Amico mio, mi tieni compagnia anche adesso che non sei qua a consolarmi. Mi tieni compagnia anche quando ti scrivo. Rileggo le nostre lettere e mi sento meno sola, mi fanno pensare a quanto è grande il mondo dentro di noi e a quanto lo rimpiccioliamo a volte per mostrarlo in modo più semplice o più coerente. Ti cito una frase “nel nostro io c’è un’energia tesa a farci rincontrare, se riusciamo un pochino ad ascoltarci possiamo rischiare i nostri desideri e provarci, provare ad incrociare le nostre traiettorie, anche senza dover sapere il punto preciso dove arriveremo da qui ad un po’”. E tu dove sei arrivato? Sei lontano o vicino? Questo punto vorrei raggiungerlo non fosse altro che al raggiungimento il mio desiderio sarebbe un altro e non voglio perderti amico mio. Perdere il desiderio di vedere una persona, il ricordo, la sua storia è perdere tutta una persona.
Nella tua lettera mi scrivi “Tu non hai, sei. Ed io che non sempre sono ti ho detto “ti voglio bene””.
Le tue parole riscaldano cuore ed ego. Il mio maggior difetto, la mia più grande debolezza che tu per affetto di tanto in tanto compiaci. Nel rivolgermi dentro me stessa ad ascoltarmi le tue parole echeggiano e fanno sembrare questo difetto quasi simpatico, un contatto, una carezza affettuosa, un modo per capirci e mostrarci l’un l’altro paure ed emozioni: malinconia ed euforia. E’ il nostro modo per scusarci di non essere perfetti, per incrociare le nostre perplessità, per appoggiarci e riposarci un po’, lontano dai giudizi, dalla voglia di essere qualcun’ altro. Lontano da regole e parole, dalla ricerca costante di chi siamo e di sogni nuovi, dal desiderio di scappare e rifugiarsi fuori dal mondo, in un posticino al sicuro, un posticino vicino al cuore e lontano da tutto dove ci sono soltanto luci che vogliamo e pensieri che capiamo, un posto dove si può essere se stessi e raggiungere quella serenità che non troviamo oltre. Un posto senza caos senza fretta, un quadro di colori vivi su cui si può correre e sporcarsi di verde e giallo, tuffarsi nella vernice rossa di un fiore, nuotare nel prato, volare senza limiti, senza costrizioni e regole, senza bugie e misteri, senza la voglia di essere da un’altra parte. Un posto in cui non arriva nessuno, nascosto in un sorriso guardando fuori dal finestrino, dietro gli occhi interessati, attraverso la luce del mattino, nella nebbia di un viaggio, nei vicoli della città, un posto vicino e trasparente, così leggero da diventare appena percepibile, un posto che talvolta si appesantisce per scendere qui e farci salire per un momento, un secondo lassù dove nessuno guarda.
L'incontro
Il viaggio sembrava non finire più.
Fissavo l’acqua e mi facevo accarezzare dal suono e dal vento leggero. La nave solcava il blu. Ero felice di essere trasportata, da sola mi sarei sentita perduta ma qualcuno sapeva dove andare e ci dirigeva tutti lungo una linea immaginaria. La rotta di uno era quella di tutti. Il viaggio sembrava ripetitivo ma con lo scorrere del tempo mi accorgevo che in realtà i dettagli cambiavano continuamente. Molte persone riuscivano a non notare la differenza, aspettando inquiete l’arrivo fra gli schiamazzi dei figli, la lettura di giornali, l’aroma del caffè e le ingombranti valige. Stavo lì, affacciata sull’immensa distesa d’acqua a guardare la scia bianca che ci lasciavamo tutti dietro, ad ascoltare, ad osservare. Voltata. Con le spalle a chi faceva fotografie di sé sulla nave. Alle spalle di vite frenetiche e distratte. Avevo qualche giorno per me davanti e la libertà di usarlo come preferivo. Sarebbe venuto a prendermi al porto. Non lo vedevo da tempo. Eravamo amici da secoli ma riusciamo ad evitarci per poi scusarci di averlo fatto. Cercavo di immaginare come sarebbe stato l’incontro. Era una persona che si potrebbe definire in molti modi, “stravagante” gli si addiceva perché è un termine che non dice tutto né denuncia niente di irrimediabile. I capelli li ricordavo leggermente trasandati, quanto basta per dire qualcosa e negarlo subito dopo, una filosofia affascinante e qualcosa di appena percettibile in fondo agli occhi.
Il mistero è un diritto, qualcosa di nostro, di profondamente segreto che ci rende unici. Il rivelarlo rende questo essere profondamente noi quasi più superficiale e a volte si ha paura che voli via, che evapori. Per questo non chiedo quando non mi dicono, perché niente di noi deve volare via se vogliamo lasciarlo nel nostro profondo, coccolarlo e riscoprirlo per sentirci speciali.
Forse avrei dovuto confondermi fra quelle persone, compagni casuali di viaggio e farmi raccontare le loro vite. Alcuni avrebbero parlato per sempre, mentre io stavo bene nel silenzio dei miei pensieri. Perché dire quando anch’io non so bene che cosa ho vissuto? Ho difficoltà a riassumere il volo di un gabbiano in una conversazione, figuriamoci la mia vita. Non ho mai avuto il dono della sintesi, neanche nei pensieri e l’ho sempre giustificato pensando che fosse riduttivo: mi chiamo xx abito a xy + sorriso-omaggio, così tutti sono contenti perché possono classificare in un attimo, dilungarsi troppo pare tolga tempo a potenziali altre conoscenze. Ma perché dobbiamo conoscere molte persone così male invece che poche abbastanza bene da farci riempire la vita con le loro esperienze? Chissà da cosa viene questa frenesia di facce nuove. Forse per dimenticare se stessi? Per gongolarci in nomi o professioni? Non saprei e in momenti simili ho difficoltà ad invidiare i sociologi. Nell’umanità cerco la grandezza, non i comportamenti da supermercato, la superficialità con la quale rende superficiale la vita che vive per poi lamentarsene. Come si fa ad annoiarsi in un mondo dove non c’è il tempo materiale di guardarsi attorno? Sarebbe come se una persona affamata davanti ad un banchetto con ogni piatto possibile, in un posto meraviglioso, se ne andasse a mangiare un panino all’angolo. Due ali mi distraevano dai pensieri e mi volteggiavano vicine, disegnando per me volte e mirabili discese e ritorni e spirali.
In un attimo eravamo al porto, tutti sulla nave si muovevano, chi per andare in bagno, chi scappava in auto, chi si aggirava senza meta, chi chiedeva l’ultimo caffè al bar facendo spazientire il personale in sevizio. Confusione e panico per scendere, come per salire. Quanto siamo strani. Nessuno ha fretta ma tutti hanno fretta perché ce l’hanno gli altri. E’ divertente stare in mezzo alla gente che spinteggia senza saperne il perché, che perde le persone sulle scalette, che grida per farsi notare da qualcuno mentre racconta aneddoti del viaggio appena terminato o stranezze del precedente.
Ed io .. non lo vedevo. Ah si eccolo. Occhiali scuri, vestito classico. Restai a 3 metri da lui dicendo “ciao”, buttandogli sugli occhi un sorriso smagliante inforcai gli occhiali da sole per non fargli notare l’aria stupita. La casa era distante e c’erano momenti di silenzio, mi guardavo intorno, passando in mezzo ad una valle che somigliava ad un paesaggio lunare. Desolato. Mi aspettavo che atterrasse una navicella da un momento all’altro. Pare ci abbiano addirittura girato un film. Arrivammo in riva al mare, in un posto fatto di casette di villeggiatura, rompemmo le righe e andammo a cenare ordinando subito del vino in modo che le parole scivolassero più velocemente. Mi raccontava di un nuovo lavoro, una posizione che prevedeva negoziazioni di alto livello, sembrava l’attività più affascinante del mondo, forse perché lui fa sembrare tutto quello che racconta eccezionale. Mi incuriosiva, come incuriosiva tutti del resto. E’ sempre stato così: amichevole ed al contempo schivo. Un po’ selvaggio e un po’ civilizzato, quel tanto che basta per vivere qui. Ricordo una cena fra amici dove ci siamo poi trovati soli al rientro. In un parcheggio ricordo che girandomi intorno disse “nessuno sa chi sono”, la voce era colma di consapevolezza ed io non seppi dire niente che alleviasse il suo malessere. Sorrisi. Mi accorsi allora di non aver mai cercato di scoprire chi fosse perché quello che vedevo mi bastava. Non aveva né corazze né difese, era però capace di distrarre da sé e con un sorriso spazzare via ogni pensiero, ogni dolore, così tutti ci tuffavamo in quel sorriso ascoltando la voce ed assaporando i contenuti delle conversazioni. Nessuno pensava ad altro che a giocare con le parole, sorridere e discutere animatamente con una persona che in fin dei conti ci era assolutamente sconosciuta. Mi sentii in colpa per non aver mai preteso di più e per essergli stata lontana quando forse ne aveva avuto bisogno. Mi resi conto di non sapere nulla dei movimenti della sua anima né da quel giorno ebbi il coraggio di chiedere ma adesso, dopo tanto tempo, avevo bisogno di capire. Non volevo essere troppo invadente, preparai uno sguardo dolce, comprensivo e pieno di affetto, poggiai gli occhi sui suoi, socchiusi le labbra ma lui mi sorrise prima che proferissi parola. Aveva capito. Disse “sono sempre io ed il mio sogno è ancora con me”. Qualcosa mi commosse, abbassai gli occhi inumiditi per nascondere un’emozione che non avrei saputo giustificare. Aveva ragione, se si ha un sogno è giusto seguirlo non perderlo per strada, dimenticarlo in un cassetto o sulla poltroncina di un aereo, non si può essere sbadati con un sogno e lasciarlo orfano. Passeggiammo in riva al mare, ascoltando le onde, guardandolo ebbi la sensazione di perdermi, una sensazione che ho difficoltà a riportare alla memoria o fissare con le parole. Sentivo la complicità di un amico ma anche follia, presenza, dolcezza, sfida, armonia, rumore e silenzio. Non ho mai fatto niente per lui né riuscivo a dire qualcosa che potesse avere un senso. Aveva il pensiero chiaro, limpido, leggero come una piuma. Una mente brillante, mai offuscata da illusioni ed una velocità di pensiero da essere quasi intuizione costante.
Ricordo il primo incontro. Eravamo in metropolitana e lui era lì, appoggiato al finestrino, seguiva i movimenti del treno assecondandoli, così come assecondava la vita, guardando davanti, concentrato, non in basso oppure in alto, semplicemente davanti, precisamente alla sua altezza. Non si sopravvaluta né sottovaluta, pensai. Si conosce, apprezza e perdona come un vecchio saggio e diverte se stesso come un bambino. Un pensiero gli stava certamente solleticando la mente. Si accorse delle mie osservazioni e sorrise, anche allora sembrava consapevole dei miei pensieri e anche allora calmava i miei disagi.
Ero felice di essere lì. Non ci dicemmo nulla. Per giorni la vita seguì uno scorrere banale con una persona che di banale non aveva proprio niente. Lo osservavo di più quando girava lo sguardo distraendosi, quando si allontanava da me, lo vedevo camminare su una linea e mi perdevo nei suoi passi, nei movimenti lenti. Mi piaceva guardare i vestiti, quello che sceglieva ed indossava, il cambiare dei gusti, dei colori, le parole accatastate quando voleva dire qualcosa e cambiando idea portava le parole in direzioni diverse, mi perdevo nella velocità dei suoi pensieri senza capirne il contenuto potendoli leggere solo nei movimenti degli occhi e nei gesti che cambiavano carattere: da costruiti a rilassati, da curiosi a nervosi. Avrei voluto dire ma se fosse stato solo un sogno? Solo frutto della mia immaginazione? A volte divento incredibilmente gelosa dei momenti, vorrei nessuno mai potesse portarmeli via. Non volevo sbagliare. Non con lui. |