La vita è una donna dagli occhi stregati. Attraversa distrattamente ognuno di noi.
A volte ferma il suo sguardo. Osserva e si commuove o innamora o intenerisce.
Posando gli occhi su qualcuno per più di un attimo, lo solleva.
Quella persona, toccata così profondamente, viene trascinata da una forza misteriosa ed in tutte le cose cercherà la vita, per sempre, come un cibo gustosissimo ma introvabile, per averne ancora un po’.
E’ una guida e si compiace se la assecondiamo ma averne paura la innervosisce. Può scagliarsi travolgendo oppure ignorare e così, semplicemente voltandosi dalla parte opposta, oscurare una persona, spingendola in una monotonia eterna.
Avvicinarla e attraversarla calma disagi e tempeste dell’anima. Quella sensazione che fa cercare sempre qualcosa, sempre senza tregua, che fa sentire in assenza di gravità.
Una sensazione che non so se sia movimento o stasi, veloce o lenta. Un rumore di sottofondo che si placa per un lento attimo lasciando spazio ad un brivido intenso.
Windsurfista per caso
Ognuno di noi non è solo quello che appare agli altri, né spesso ciò che appare a se stesso.
Questa è una storia di vento e surf, di emozioni e tribù, di scie ed onde intorno ad un lago che avete visto mille volte ma che adesso vi racconterò con altri occhi. I miei.
Una curva, altra curva … galleria.
Una luce forte ed un lago accarezzato da mille farfalline impazzite. Stelle saettanti e coloratissime su un blu profondo e freddo danzavano come trasportate da una musica, come stregate in un gioco di intrecci.
In lontananza, le colline avvolte in una leggera foschia, si tuffavano anche loro nell’acqua gelida.
Mi fermai ad ascoltare.
Mi parlava solo il rumore del vento … nessun motore a spingere e regolare quelle traiettorie, nessuna apparente energia ma una forza silenziosa … la stessa che mi ronzava nelle orecchie e mi faceva strizzare gli occhi.
Il lago, così avvolto nel silenzio, mi pareva diverso da quello che conoscevo.
Si faceva accarezzare da piccole tavole e giocava con loro, mostrava di sé non tutta la forza ma solo uno sfondo bluastro e brillante increspato dal vento.
Volli provare ad entrare in quella tribù di pazzi che, azzerando ruoli e schemi sociali, si lanciavano all’impazzata nell’acqua invernale passando ore a guardare il vuoto aspettando il vento, osservando attentamente rami e nubi in attesa di un segno.
La sola idea mi affascinava.
Il tentativo fu però una delusione.
Un delirio di informazioni tecniche, attrezzatura difficile da trasportare ed ingombrante per attendere un vento che spesso non si faceva neppure vedere.
Svegliarsi la mattina presto, sacrifici su sacrifici ed io che non riuscivo a capire. Fissavo incredulo la tribù, alla quale ormai appartenevo, senza capire perché mai tanta testardaggine. Cosa li spingesse proprio non mi entrava in testa. Io che non riuscivo neppure a capire perché mi trovassi là a tentare movimenti che sentivo troppo goffi.
Il lago sembrava regalare emozioni forti a tutti mentre riservava a me solo capricci.
Come una donna che non vuole farsi conquistare, semplicemente mi ignorava e così facendo cercava di farmi “mollare”.
Le sue piccole crudeltà, scoprii, vanno però amate.
Spinto ormai quasi soltanto dalla promessa di impegni presi andai avanti per la mia strada cercando di affascinare quella Circe che sembrava stregare tutti e con una grinta che riuscii a trattenere mi feci dire un piccolo grande sì.
Avevo tecnica e vento e l’acqua quel giorno premiò tutti i miei sforzi.
Capii che lasciarsi andare veramente non era soltanto arrendermi al lago ma alla sua forza e finalmente planai. Il mio movimento da goffo divenne veloce ed in sintonia, il vento mi sollevò, rimase sotto solo la piccola pinna, spaccava appena l’acqua ma era abbastanza da tracciare un immaginario solco, poco profondo, che separava la mia incredulità da un incredibile volo.
Quel movimento che prima vedevo goffo adesso mi spingeva verso emozioni forti e sentii l’adrenalina scorrere violentemente in tutto il corpo. Guardando gli altri sapevo che anche loro stavano provando le stesse cose e sentii un senso di appartenenza ed una leggerezza che mi stupì. Ero parte di una tribù di amanti di adrenalina, vento ed emozioni.
La fisica che ci racconta, in tutta franchezza, i principi della planata, del mio “volare” sull’acqua svanisce improvvisamente e tutto quello che sai, tutta la conoscenza rapidamente scompare quando ti senti trasportare. La realtà viene offuscata quando ti senti in sintonia con la natura e ne percepisci e cavalchi la forza.
Subito dopo una nuova emozione.
La paura. Paura di non saper gestire, guidare una forza così grande.
E se non riuscissi a fermarmi in tempo? Ebbene … vi confesso … a volte proprio non si riesce a fermarsi in tempo.
I windsurfisti inseguono vento ed onde, qualcosa cioè più forte e grande di loro e cercano di passarci attraverso. Attraversano con il corpo una forza e ci si cullano dentro per il tempo che dura.
Perché noi in fondo ci assomigliamo un po’ tutti. Lontani dai nostri copioni di vita “normale” si fanno previsioni, ci si sveglia con una sola domanda in testa, all’alba ancora assonnati, ci si immerge nel traffico o si affrontano ore di strada deserta nella notte, km e km lontani dai comfort, vicini a quella scossa che ci solleva e ci fa volare.
Quando sull’acqua scorre la riga nera dell’increspamento e si annuncia imminente la possibilità di uscire, veniamo tutti presi da una folle comune frenesia. Cominciano i preparativi.
Dopo, quando cala il vento o si è già troppo stanchi o infreddoliti, a volte doloranti, ci si riunisce intorno ad un tavolo per raccontarci aneddoti e progetti, limiti superati o da affrontare, dentro sensazioni di tranquillità e soddisfazione comune.
Condannati a questo delirio, stregati dalla natura siamo quelli che trovate in silenzio a fissare l’acqua.
Nello sguardo limpido e libero si rispecchia la nudità dell’animo umano quando per un po’ si allontana da una coreografia che non ha scelto, quando si libera in volo.
Corriamo dietro ad un momento, un attimo unico che spinge l’uomo ad essere qualcosa più di se stesso.
Nell’anima del windsurf
Ero ormai in balia di quella Circe di cui seguivo ombre, odori e tremolii nelle foglie primaverili.
Mi facevo trascinare così alle cinque del mattino in un'orgia di automobili troppo grandi da parcheggiare per le strette e timide stradine del lago.
La cercavo e lei si trasformava, ogni volta diversa. Si faceva catturare per un tempo così breve da farmi quasi impazzire.
Mi stregava ogni momento, mi corteggiava a volte. Si faceva sentire nelle previsioni ed io mi preparavo a quell’incontro con tutta l’attrezzatura possibile per affrontare raffiche di vento, vento costante, deciso, leggero.
A volte semplicemente mi deludeva, ma rimanevo all’erta, pronto a scattare perché lei è così, vuole tempismo, bisogna cogliere l’attimo.
Il mio spirito cresceva, la mia tecnica si affinava e lo stile di vita che incontravo rivelava un me stesso sconosciuto, un me stesso lontano dalla routine, dalla vita normale, dalle regole.
Nella mia indole c’era qualcosa da scoprire ma era come lei, sfuggente.
Mi guidava con la sua incostanza e con la sua pazzia.
Mi guidava fuori di me, nella natura e dentro me stesso nelle tormente per quello che stavo scoprendo.
Lo spirito, prima legato, adesso fluttuava insieme al vento rendendomi ermetico al mondo del quale vedevo maschere che prima non coglievo.
Mi sembrava di allontanarmi da incomprensioni e complicazioni sociali come staccarmi dalla riva.
Diventavo ermetico per il mondo e dentro mi sentivo leggero. Un soffio. Quello che un uomo dovrebbe essere quando si sgancia dagli schemi.
Questo è il cuore, il momento in cui l’anima si libera e la senti scorrere e correre. Questa è la culla quando noi immergiamo tutto quello che siamo nell’acqua cristallina, nel breve attimo in cui possiamo quasi volare e innalzarci trasportati dal vento, così, soli sull’onda siamo profondamente, incredibilmente, semplicemente noi e ci riveliamo in tutte le nostre paure con grinta, forza o debolezza.
Una passione che in un attimo fa vivere una vita e per quell’attimo si può vivere.
Una follia che spinge verso viaggi estenuanti, in posti impervi e sconosciuti, che fa perdere per poi tornare e scappare di nuovo.
Cavalcare le onde ha un sapore strano: per alcuni è un soffio di eternità, per altri una realtà perduta, il confine con la fantasia, una favola uscita da un libro sullo scaffale e scivolata giù, fuori dalla polvere all’improvviso, un pensiero leggero, uno sguardo lontano, una nota senza compositore che attraversa la mente senza armi e senza trucchi.
Il tempo qui scorre più lentamente. Ho la sensazione che fuori sia trascorso un secolo mentre qui vola solo un attimo, un lento e dolce attimo.
E tutto cambia in un istante e in un istante è sempre stato così.
Dietro una goccia
Se sei vicino al mare puoi sentirne il rumore, la forza. Anche se è lontano e non puoi toccarlo, lui può toccare te e con una brezza leggera accarezzarti.
Se un sogno può toccarti può cambiarti appena o cambiarti per sempre.
Essere investiti dalla voglia di correre incontro a qualcosa è essere profondamente noi.
Rischiare e fallire è correre incontro a qualcosa. Possiamo sbagliare bersaglio ma la brezza ci ha accarezzato per un momento e quel momento è vita preziosa.
Quella che spesso ricordiamo e ci fa sentire bene, quella vita che scorre dentro di noi e che poco mettiamo in mostra, quella che teniamo stretta sotto il cuscino prima di addormentarci, quella parte del cuore tutto nostro che ci fa essere unici.
La parte che custodiamo gelosamente, che nascondiamo al mondo, che torniamo a trovare di nascosto.
I nostri sogni ci fanno credere di più, ci fanno essere migliori perché nei sogni custodiamo la nostra unicità.
La vita ci serve soltanto per masticare sensazioni immaginate.
E’ come guardare la pioggia da un vetro trasparente, il mondo traspare dal vetro e dalle gocce e cambia nei colori nelle forme il nostro essere, le nostre emozioni.
Ci piace rannicchiarci nella ricerca di una verità assoluta sapendo che non esiste. Non può esistere una verità assoluta comprensibile all’individuo. Non avrebbe senso né scopo.
La verità sono le nostre emozioni, espressioni, la nostra quotidianità, le nostre meschinità. Quelle di tutti unite in un’entità sopra di noi che proviamo a vedere alzando gli occhi al cielo, accecati da luci e paure.
Noi guardiamo in alto e vediamo il vuoto sopra le nostre teste, ci sentiamo piccoli ed abbandonati ad un destino che non capiamo ma che vorremmo capire e non ci sforziamo di cercare la verità ma di essere quell’entità per comprenderla.
Di essere in alto per sentirci più vicini al cielo. Per sentirci meno soli, meno abbandonati al nostro destino.
Vogliamo comprendere di più, sentire di più, scegliere di più per il gusto di farlo, senza necessità alcuna.
Invece di vivere le nostre sensazioni ne cerchiamo il motivo ultimo.
Per avere potere su noi stessi, ci dimentichiamo di sognare e viviamo continuamente tralasciando quello che siamo.
Ci facciamo portare via da qualcosa, sulla scia di una necessità.
Mentre le onde ci trascinano sentiamo che stiamo andando verso qualcosa di bello con la certezza di non arrivare mai. Vediamo un puntino lontano, una sensazione nuova e nuotiamo verso di lui. Intanto parliamo ad un mondo di sonnambuli di cose in cui non crediamo, con la certezza che quel puntino sarà sempre più vicino e ci percorrerà la mente.
Le onde dall’altro capo del mondo
Perché inseguire un sogno o un momento?
Perché se ne incontrano altri che non conosciamo, impossibili da prevedere.
La vita diventa frizzante.
Calamitato dalla ricerca costante di quella sensazione partii per il mio primo viaggio.
Era, infatti, la prima volta che partivo per perdermi in una natura diversa da quella che conoscevo.
Paesaggi diversi in un posto selvaggio dove forse speravo di vivere un sogno o dove forse scappavo.
Non lo sapevo.
Mi si aprì davanti una vegetazione stupefacente, rimasi impietrito preso dai colori così intensi e vivaci.
Il blu aveva sfumature di azzurro e pennellate di celeste, un verde smeraldo sfuocava verso riva, il turchese capitanava in lontananza.
Il blu si staccava dal verde della vegetazione violento con decisione invitante.
I fiori, la frutta avevano colori accesi e profumi acuti che non immaginavo.
Le persone sorridevano e cantavano con la pace negli occhi senza avere un motivo né niente di quello che io possedevo soltanto nelle tasche in quel momento.
Aspettai il tramonto rimanendo senza fiato a seguire l’allargarsi del rosso fuoco e arancione sullo sfondo. Era così bello che lo credevo irripetibile. Così particolare che lo ritenevo uno spettacolo solo per me. Come se la natura mi sentisse e volesse dirmi che la vita non è breve se la si vive in ogni attimo.
Mattine e sere seguenti lo spettacolo si ripeteva, incantandomi. La musica del villaggio, il ritmo erano simili al paesaggio. Non lo turbavano affatto e questo mi faceva sorridere. Una duna enorme, una parte di deserto, si lanciava nell’acqua e la sabbia calda cozzava con il mare perché la natura è così, nella sua frivolezza, ci vuole sempre stupire.
Non sarei mai ripartito. Sarei voluto rimanere là e vivere come sentivo. Sono tornato forse per raccontare, forse per nostalgia.
Dicono che la vita sia un perenne ritorno a casa, alle origini, alle cose care. Poter tornare da qualche parte o da qualcuno ci fa sentire parte di qualcosa di più grande perché guardare il cielo in mezzo a sensazioni e colori così forti fa sentire bene ma improvvisamente piccoli davanti ad una distesa d’acqua e terra che hanno una forza che può spazzarci via in un attimo.
Ero comodamente disteso sull’amaca su un balcone coloratissimo da cui potevo gustarmi l’oceano e le sue rumorose incessanti onde. Il cielo limpido ed un caldo avvolgente mi coccolavano. La brezza calda mi faceva appena socchiudere gli occhi. L’aroma del caffè mi avvolgeva.
Arrivò e si distese vicina a me porgendomi una tazza rossa.
Il suo sorriso mi parlava di tranquillità, non c’erano paure né domande negli occhi scuri, la pelle era salata come sfiorata ripetutamente dalle onde del mare.
Avete mai ascoltato il moto ondoso? Ha un ritmo affascinante, sempre lo stesso ma non stanca mai.
Ne gusti l’odore, il sapore salato, il rumore, la forza ed io cominciavo a cercare quel gusto, quell’odore, quel rumore, quella forza, quella dolcezza dell’oceano che travolge ma poi aiuta a risalire sulla tavola.
Cercavo questo in tutto, in tutto cercavo quelle onde, quel trasporto perché una volta provato niente è più lo stesso e tutto sembra banale al confronto.
Dondolando sull’amaca continuavo ad osservare il blu del cielo e del mare cercando un aggettivo per definirli. Dondolavo senza pensare altro che aggettivi per definire quella meraviglia, dovevo trovare una parola che ne raccontasse l’intensità ma anche la pace che trasmetteva, doveva parlare della grandezza, della vastità e di quel momento. Un momento che avrei voluto catturare e rendere infinito.
Un momento dentro al quale si concentra la vita vera, dove non si è obbligati a doveri, regole.
Questi momenti sono talmente rari che alla fine della vita potrò persino contarli.
Sono pochissimi ma li porto con me.
Sono quelli che rallegrano il cuore quando ci accorgiamo che la vita che facciamo l’ha impostata qualcun altro, che così non ci piace, che le emozioni che proviamo sono emozioni da supermercato: verificate, controllate e imbustate.
Dondolavo e l’unica cosa che mi lasciava agganciato alla realtà era il piede ancorato al pavimento di legno chiaro, mi serviva da punto di riferimento, da contatto.
Dondolando iniziai ad osservare le onde, quelle stesse che mi hanno più volte fatto volare, tolto la tavola da sotto i piedi, scherzose, scatenato adrenalina.
Mi concentrai su di loro, sul movimento, pensando ad un susseguirsi costante di onde uguali.
Mi stupii perché le onde non sono tutte uguali. Ne vedevo di forme diverse, colori più o meno intensi. E’ quasi impercettibile, come lo è per tutto, la visione d’insieme ha un colore ed un profumo diverso dai dettagli.
Mi scoprii ad osservarne più attentamente la forma.
Alcune più allungate, altre strette e veloci. Alcune arrivavano di soppiatto, crescevano e si trasformavano per poi ripiegare su se stesse. Altre ripiegavano al centro per poi distendersi su tutta la loro essenza, scivolando sull’acqua che resta della precedente. Ognuna con la sua forma ed il suo colore, chi più violenta chi più dolce, chi più vicina alle altre, chi più solitaria in disparte. A volte si univano lungo una linea immaginaria che per un attimo attraversava la forma di una cascata. Chiusi gli occhi per sentire il rumore.
Diverso.
Il profumo di alcune arrivava forte alle narici, altre appena accennato.
Mi parlavano di posti lontani.
Un'onda si può osservare, sentire, odorare, cavalcare, carezzare, immergersi, farsi sopraffare. Se ne può vivere momento e sensazioni ma non la si può conquistare, né tenere stretta. Non la si può avere se non per un tempo molto breve. Non vivere il presente significa perdere quell’onda magnifica, splendente e luccicante sotto il sole. Perdere quel momento, quel trampolino di lancio che può darti un salto. Ogni onda ha una sua storia, come noi. Il tempo non è breve né infinito ma eterno se ne gusti ogni goccia. E’ vita se lo senti scorrere. E’ scintillante se lo pregusti e gusti dopo. E’ breve e lascia l’amaro in bocca se lo rileghi in un luogo, ad una funzione, con aspettative o ideologie. Osservavo il moto ondoso e apprezzavo il silenzio delle voci che troppo spesso riempiono l’aria di paure e lui, il silenzio, mi invitava.
Mi sentivo in sintonia. Libero di ascoltare, andare, restare, vivere o morire.
Libero, senza freni. Fluttuante, vicino ai piaceri della vita.
Una chimica travolgente, nessun pensiero né ragione a muovere i miei passi, nessuna decisione né rimorso né sensazione costruita o conosciuta. Ero puro istinto. La mia razionalità si era come svuotata del mio passato. L’istinto è una cosa meravigliosa. Non si riesce mai a viverlo completamente ma qua, fuori dal mio mondo, dopo un giorno a cavalcare onde, stanco di una stanchezza soltanto fisica, sentivo la mia natura fare capolino. La natura fuori di noi richiama quella interiore ed insieme ci indicano strade, persone, odori, desideri e bisogni.
Quando sentiamo l’istinto, noi oppressi da vite preconfezionate, abbiamo la sensazione di essere travolti da qualcosa di incomprensibile e ci chiediamo se sia giusto.
Poi con il tempo impariamo a farlo affiorare, piano piano, regolando le dosi per non farci sopraffare. Come un buon bicchiere di vino rosso l’istinto va capito, odorato, lasciato sciogliersi nell’aria prima che gustato. Va assaggiato, non troppo velocemente, va assaporato nei suoi gusti che cambiano man mano che passa il tempo. Così assaporavo il suo odore lasciando decantare il succo che prometteva altrettanto. Pregustavo il sapore avvicinandomi e appena sfiorandole la pelle del collo così dolcemente scolpito. La pelle cambiava odore vicino alle mie labbra, sentivo pulsare il cuore più velocemente senza neanche un minimo contatto. Sapevo leggere l’istinto di un altro essere umano, stupendo esemplare di essere umano femminile. Non solo l’aspetto ma la classe e la curiosità che emanava mi affascinavano. Non mi sarei perso nessuno di quei momenti.
Cercavo la vita ed eccola qua. Mi travolgeva.
Un brivido intenso, veloce lungo la schiena. Desiderio incredibile e attrazione vitali. Non riuscivo a starle lontano più di un centimetro.
Sentivo tutto insieme: la partenza, il viaggio, le onde, gli odori, i suoni e la musica in un me stesso irriconoscibile. Nessun timore, nessuna domanda, nessun obbligo né cose da dire, né cose da pensare e per lei era lo stesso. Nessuna parola inutile. Uno sfiorarsi appena travolgendosi.
Qualcosa dalla quale è difficile pensare di staccarsi.
La chimica è un incontro di fluidi.
E’ come se si accendesse qualcosa. Come se qualcuno premesse forte su un interruttore.
Quella persona diventa estremamente eccitante.
La sua pelle prendeva fuoco e sentire che la sola mia presenza la rendeva febbrile mi faceva sentire onnipotente.
Cibi gustosi, notti infuocate, feste folli, musica travolgente, giornate salate, sole cocente, spiagge selvagge, tramonti che tolgono il fiato. Mi sentivo in un sogno fra aragoste, vino rosso, bagni di mezzanotte, amici e serenità. Peter Pan e Capitan Uncino nello stesso momento.
Poi in un attimo è tempo di volare via. Questi ruoli che noi chiamiamo civiltà ci strappano tutto. Così ripartii con i bagagli ingombranti, saluti di rito, sorrisi di addio.
Mi ritrovai a guardare tutte le emozioni dall’oblò e il mio sogno lì, orfano a terra.
La hostess carinamente offriva snack e bibite da supermarket e via, il rientro.
Aeroporto, auto, casa, saluti, telefonate. La prima notte a casa è quasi insopportabile, ma poi il sonno con la sua dolcezza culla e ristora.
Non so per quanto ti penserò ancora ma voglio rimanere così, incantato da quello che ho visto nei tuoi occhi e sentito nella tua voce. Il tempo non ha importanza perché tu sei anche questo, un tempo infinito e solo per quel tempo posso vivere chi sono.
Questo sei per me, solo questo niente di più, niente di meno.
Costringerti ad una quotidianità sarebbe perderti.
Non so se le parole potranno mai arrivarti così come riesco a pensarle.
Sei un raggio di sole che violento colpisce gli occhi.
Sei l’immagine che ho di te, quella che non voglio perdere, quella che mi fa sorridere.
Resta quello che resta di un ricordo, forse la sensazione che non sia mai successo.
Qualcosa che appare e scompare, che puoi accendere e spegnere e in un attimo non sei mai esistita.
Lo tengo con me questo ricordo, coccolandolo e lui pensa a me, mi accarezza i pensieri e si intrufola negli spazi del cuore. E lo tengo stretto, così che non mi abbandoni, perché resti vicino, perché lui in alcuni momenti, mi parla di te, di quello che sei, di quello che vuoi, dei tuoi tormenti e delle tue fantasie.
Resto incantato ad ascoltarlo e tu esisti nei miei pensieri con la leggerezza di un ricordo.
Con il vento che ci ha accompagnato ti soffio una piccola bussola nel cuore perché ti tenga compagnia e ti aiuti a trovare la tua rotta, senza mai perderti, ad un passo dalle nuvole o nella favola più dolce che c’è.
In balia delle onde
Trovarsi nei posti più remoti del mondo a cercare la stessa vibrazione nell’armonia della natura con gli occhi limpidi e liberi.
Farsi cullare da sensazioni forti o appena accennate. Trasportati da uno stile di vita che ti cambia dentro mentre fuori resti quello che sei. Stessa faccia, stessi abiti ma con un fremito nello sguardo che ti fa sentire vivo.
Per quello trasportiamo le nostre avventure oltre un banale racconto. Sulle coste più selvagge, nelle strade più tortuose. Con mezzi scomodi, accovacciati stretti gli uni vicini agli altri per riscaldarci la mente prima del momento in cui la tavola traccerà l’acqua che si richiuderà subito dopo e il tuo passaggio non è mai esistito se non dentro di te e negli occhi di chi capisce quello che senti.
Così cullati dalle onde in un circolo magico di intrecci, persone e colori, noi nasciamo e moriamo ogni volta.
Cosa ci rende speciali?
Un volo appena accennato che ci inebria di una pazzia di un momento sempre unico.
La frenesia di inseguirlo oltre i confini del nostro mondo conosciuto.
Perché noi siamo così. Costantemente alla ricerca di qualcosa che ci solleva da terra, dalle nostre radici per superare i nostri limiti.
Perché siamo più di un copione, più di un ruolo, più di una vita, più di una sequenza di avvenimenti.
Noi che andiamo per tornare per poi andar via di nuovo. Cerchiamo un cielo che somiglia a quello che vediamo tutti i giorni ma non è.
Noi siamo aria e in un soffio … siamo esistiti soltanto nella vostra fantasia.